I treni del Giappone

Pubblicato: agosto 29, 2012 in Racconti
dalla prima uscita poi arrivà ar vaticano
cè ‘n giapponese che s’è perso er torpedone
se je chiedi s’ha bisogno d’aiuto
te fa ‘na foto
te serve aiuto? a giapponè
te fa ‘na foto
pure ‘a polizia je sta a parlà
te serve aiuto?
je fa la foto

Corrado Guzzanti – Tuttaroma

I treni del Giappone — 

Driiin! Driiin! Driiin!

«Ma chi cazz…»
Driiin!
«A Grazià, e rispondi!»
Driiin!
«E non lo trovo!»
«Oddio ma che ore sono? Saranno le cinque?»
Driiin!
«E allora! Accendi sta luce Grazià, te voi move? Ma chi po’ esse a quest’ora de notte? E’ morta la zia Rosina, ce lo sapevo»
Dri… «Pronto? Sì. Certo.»
Simona guardò Graziano con aria interrogativa. Poi vide l’orologio appeso alla partete e capì. Le sette e dieci.
«Non preoccuparti, arrivo», concluse Graziano al telefono. Simona notò l’espressione sul volto del marito. La zia Rosina per il momento era salva, si trattava di una telefonata di lavoro.
«A Grazià, ma che è?»
«I giapponesi, mortacci loro. La delegazione da Osaka. Tra un’ora e mezza sono in sede»
«Che sfiga, amò. Ma ce la fai?»
«Ce la faccio Simò»
«Ma sti giapponesi non dovevano arrivare domani?»
«Hanno rinunciato alla gita a Venezia» spiegò Graziano, infilandosi camicia e pantaloni in tutta fretta.
«Cò ‘sta crisi» commentò Simona.
Graziano De Luca uscì di casa agitato, si augurava che quella giornata lavorativa finisse presto e senza intoppi: i giapponesi dovevano firmare un contratto importante con la sua azienda, e per la prima volta il compito di gestire una faccenda così delicata era stato affidato a lui. Non poteva sbagliare niente, chi li conosceva i giapponesi? Magari uno si metteva la cravatta del colore sbagliato, questi sbroccavano e andava tutto a puttane. E doveva essere puntuale. Sua sorella aveva letto sul Messaggero che in Giappone, se i treni facevano un minuto di ritardo, ridavano a tutti il prezzo del biglietto e il macchinista la metà delle volte si suicidava per il disonore, figuriamoci se lui li avesse fatti aspettare!
Passò davanti a un paio di negozi salutando i bottegai. Il suo quartiere, il Tufello, nella parte nord di Roma, a quell’ora fremeva di attività. In via delle isole Curzolane c’era una piccola folla radunata intorno a una decina di macchine parcheggiate proprio dove lui aveva lasciato la sua fiat Regata la sera prima. Un signore sulla sessantina grasso come un vitello sbraitava in preda a un attacco d’ira. «Sti fii de ‘na mignotta, ‘tacci loro! Io l’ammazzo, giuro che l’ammazzo a tutti, maledetti».
Urlava e saltava intorno a una Golf tirando pugni e calci sulla carrozzeria. Altre persone parlavano al telefono, lamentandosi e dando spiegazioni. Una donna parlava con il barbiere affacciato alla porta della bottega, diceva «Le guardie quando non servono sono sempre in giro a fare le multe, e stanotte dov’erano? Lo sa che li hanno chiamati tre volte? Tre volte, e nessuno si è degnato di venire». Spargeva la notizia come una verità assoluta. Il barbiere le chiese «Chi li ha chiamati tre volte?».
La donna rispose «Non so, lo diceva un signore. A mio figlio però danno sempre la multa per divieto di sosta»
Graziano avvicinandosi vide un volto amico. «Davide, ma che è successo?», domandò.
«A Grazià, ‘npoi capì! Pare che stanotte ‘na banda de pischelli mbriachi come mozzi se so divertiti a tajà le gomme alle macchine».
Questa non era una bella notizia. No, proprio no.
Due minuti dopo Graziano, accasciato sul marciapiede, osservava con rassegnazione i tagli di venti centimetri ai pneumatici della sua Regata, pensando al modo migliore per farla finita. Tanto lo avrebbero licenziato, il mutuo sul trilocale gli si sarebbe appeso al collo come un blocco di granito e lo avrebbe fatto affondare. Quindi era meglio giocare d’anticipo e ammazzarsi. Prima però avrebbe avvertito sua moglie.
«Pronto, ma chi è? Stamattina tutti qua state a chiamà?»
«Amò, addio»
«Graziano? Che stai dicendo?»
Graziano dopo un’iniziale titubanza aveva deciso. Come prima scelta aveva pensato di andare al bioparco e immolarsi in una lotta con il leone asiatico, come gli antichi gladiatori nelle venationes. Però aveva il dubbio che il leone fosse chiuso in una gabbia, quindi optò per il piano B. Si sarebbe lanciato nel Tevere dal ponte di Testaccio, un metodo non infallibile ma di sicuro spettacolare. Simona, disperata, cercava di convincerlo a desistere.
«Ma che ti importa del lavoro e dei giapponesi amò, se ti licenziano ‘sticazzi, l’importante è stare insieme. A me nun ce pensi ? E poi ce sta mi zio che lavora all’Atac, è pure un mezzo capoccione, un posto te lo trova»
Ma Graziano aveva deciso. A meno che… L’idea era rischiosa ma era l’unica che poteva funzionare. Forse. Ma bisognava tentare.
«D’accordo Simò, non mi ammazzo. Chiamo il Cobra»
Simona, che in cuor suo sapeva che il marito avrebbe alla fine rinunciato al suicidio, ebbe un tuffo al cuore. «No, er Cobbra no!», implorò.
«Sì, il Cobra sì».
Il rombo della sua moto era un ruggito di piena rabbia e potenza. Quando il Cobra faceva salire di giri il motore sembrava che si dovesse squarciare il cielo. Al confronto gli aerei supersonici facevano delle scoreggette. Quando lo si sentiva passare per le vie della città le mogli smadonnavano e si tappavano le orecchie, i mariti sospiravano ricordando i momenti di libertà della gioventù e i bimbi correvano fuori per vederlo passare, ma nessuno ci riusciva mai. Lui era troppo veloce.
Ciccio Er Secco raccontava che nel duemilanove il Cobra avesse fatto il giro del raccordo anulare in tredici minuti e nove secondi. «Aò regà, era pure sull’anello esterno, che di poco ma è pure più lungo eh? No, nun sto a scherzà»
Graziano compose il numero del Cobra colmo di speranza. Se avesse avuto un impegno? Era un’ipotesi improbabile visto che quello, a parte andare in moto, non faceva un cazzo dalla mattina alla sera, ma poteva capitare. E se avesse dimenticato il telefono da qualche parte? Questo era già più plausibile. Invece al quarto squillo rispose. «Aò, bella Grazià! Sì. No. Ah. Guarda ero sveglio perchè alle undici ho il corso di massaggio Kalari con i piedi, a Vitinia, stavo provando le tecniche su mia nonna. No no tranquillo. Ma che davvero? Pezzi demmerda, le gomme no! Senti facciamo così, tra dieci minuti sono lì. Dobbiamo solo passare un attimo da un amico mio mentre ti porto, una cosa veloce ma tanto siamo di strada. Sì. No. Cinque minuti cinque, ma che non ti fidi? Aspè…sì, nonna è Graziano, quello col nasone. Scusa Grazià, dicevamo, niente, arrivo».
Nasone? Ma vaffanculo sarà bello lui, pensò Graziano. Mentre esultava per avere trovato la soluzione ai suoi problemi trotterellò verso la vetrina di un arredo bagno e provò allo specchio una serie di profili e di espressioni. Eppure a lui il suo naso sembrava normalissimo.
Quindi si accorse che tutti gli uccelli della zona si stavano alzando in volo contemporaneamente, e una muta di cani gli sfrecciò accanto in preda al panico. La vetrina dell’arredobagno iniziò a tremare e sembrava stesse per esplodere, il rumore era quello di mille tuoni, un prete di passaggio gridò «Lo tsunami! Perdonaci, o Signore!».
Non era lo tsunami, era il Cobra che per l’occasione indossava una giacca a vento con scritto “taleggio della valsassina” sulla schiena. «E’ la cosa più aerodinamica che io conosca», disse. Poi aiutò Graziano a salire sulla moto, aspettò che questi avesse sistemato il casco e insieme partirono sotto lo sguardo allibito del prete che nel frattempo si era arrampicato sul tetto di un’edicola.



E qui finisce la prima parte di questo racconto. Noo, bastardo, ci lasci a metà lettura, bruttofiodenam… In effetti il racconto l’ho scritto tutto, manca qualche correzione qua e là, questione di poco tempo. Così almeno posso spammare link al blog due volte invece di una! Però se avete voglia di leggere qualcosa di bello, andate qui: claspita.wordpress.com Decisamente consigliato, la ragazza scrive molto bene. (era già nei link lì a destra, ma per una volta insisto perchè i link lì a destra non se li caga nessuno)
A presto con la seconda parte del racconto. Ciao.

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