I mostri sacri

Pubblicato: novembre 13, 2012 in Racconti
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muddyy
 
 
C’è questo tizio al bancone del bar che mi sta facendo due palle così. Intendiamoci, sono io che sbaglio atteggiamento, e lo so perfettamente. Se mi siedo al bancone del bar per bere un bicchiere di vino devo accettarne le conseguenze, mi metto in una situazione simile a quella di colui che va a lavorare al telefono azzurro, o rosa, o di qualche altro colore usato per i maschi adulti problematici che hanno appena scoperto che la moglie li tradisce o che a cinquant’anni gli è venuto il dubbio di essere diventati finocchi e non sanno come dirlo al figlio, o che sono senza lavoro. No, forse quelli che non hanno lavoro sono lo standard, oggi. In effetti la maggior parte delle persone che conosco non fanno un cazzo. Comunque questo individuo l’avevo già visto qualche volta, forse ci avevano pure presentati, sta di fatto che mi sta parlando come se fosse un mio vecchio amico. Avrà trent’anni o giù di lì, capelli corti, vestito in modo impeccabile, una camicia di marca scarpe e pantaloni alla moda. Forse è un po’ troppo elegante per questo posto. Dice «Il mondo è una merda. Il mio mondo è una merda, credo. Non tutti i mondi sono una merda. Tu vivi nel tuo mondo, dove stai bene. Non sai neanche cosa vuol dire vivere nel mio, di mondo. Io me lo dico tutte le mattine allo specchio, quando mi alzo. Dico: Giorgio, il tuo mondo è una merda». Ora, a parte il fatto che è ubriaco come una spugna non strizzata, e come una spugna odora di lezzo, e che a me del suo mondo non me ne frega assolutamente nulla, ma lui del mio mondo che cazzo ne sa? Valuto l’ipotesi di tirargli un pugno nello stomaco. E l’oste a quel punto ha la pessima idea di dare un tocco di americanità al suo locale cambiando musica. Armeggia con l’impianto stereo, cambia qualche impostazione, fa gracchiare le casse a pieno volume prendendosi insulti da mezzo locale. Poi attaccano le note di una famosa canzone blues, e l’atmosfera si rilassa. «Aah, il blues!» esclama il mio interlocutore con l’aria di chi soffre felice. L’aria blues, che coinvolge chi sta male, ti prende il cuore e lo porta con sé in cerca di un luogo paradisiaco in cui la sofferenza nobilita e diventa valore, diventa un percorso ascetico, eleva alla massima potenza il tuo dolore che diventa creatività, pathos. Un ragazzo con la barba si avvicina a Giorgio, gli mette una mano sulla spalla, lo fissa con solennità e annuisce, stringendo la spalla in una morsa. Giorgio si lamenta «Ahi, fai male». L’altro continua ad annuire. Dice «È catarsi. È il blues».
«Ah, sì. Il blues», risponde Giorgio, e annuisce anche lui. «Senti, la sofferenza. Geniale!», continua.
Tutto il locale è, come un coro, sospeso in una trance uditiva, le note dolci e strazianti entrano nei corpi delle persone e li permeano, non escono più. Se ci fosse abbastanza gente ad assorbire ogni nota probabilmente ci sarebbe un silenzio perfetto, in cui la musica entrerebbe direttamente in ognuno dei presenti non restando più nell’aria. Una sincronia di anime rapite dalla magia del blues. È il momento perfetto per svicolare dallo scocciatore. Però voglio lasciare un’impronta personale, prima. Voglio essere antipatico.
«Il blues è una merda»
Silenzio. Si ferma tutto, anche il tempo. Tutti si voltano verso di me, la musica si blocca, qualcuno si strozza con una polpetta vegetariana.
L’amico barbuto di Giorgio mi fissa terrorizzato. Non riesce a elaborare il concetto, la mia frase lo ha completamente destabilizzato, si gira verso di me mentre il suo io, sgomento, balla un fandango su un filo sospeso tra l’odio e la follia. «Non ho capito, scusa»
«Ho detto che il blues è una merda. Fa cagare. È una musica pacco. Fa schifo. È morto, sono cinquant’anni che si continua a riscrivere la stessa canzone solo che non ve ne siete accorti. Le sue dodici misure hanno rotto i coglioni e i suoi assoli di sta minchia ancora di più. Sono stato più chiaro adesso?»
È cianotico, poi si riprende, respira, si prepara al contrattacco. «Lo sai che dal blues deriva tutta la musica moderna?», chiede, con un tono fin troppo pacato ed educato. Io voglio lo scontro, decido di chiudere il match subito, alla Mike Tyson. Dico «Sì? Può darsi. Anche noi umani discendiamo dalle scimmie, dicono. Tu scopi con le scimmie? Ti piacciono? A me le scimmie non piacciono. Se tu lo metti in figa a una bertuccia e ascolti il blues sei libero di farlo. Io non lo faccio».
A questo punto siamo la principale attrazione del locale. Io sono il cattivo, volano pezzi di piadina e di hamburger e fischi indirizzati a me, il brusio, le facce stupite, qualcuno dice «È pazzo».
Ci sono cose che non puoi discutere, perché sono universalmente accettate e nessuno si pone più domande a riguardo. Sono
I mostri sacri.
Vado a fare pipì, giocando di anticipo, perché rassicuro i presenti che «Torno subito». Ovviamente in bagno, seduto con le gambe a penzoloni sulla cassetta dell’acqua di scarico, c’è quel rompipalle di Mister Flinn, un folletto che trovo nei bagni dei locali quando commetto qualche mossa poco strategica. Ha un pessimo carattere, però a volte mi dà consigli utili.
«Questa volta l’hai fatta grossa, questa volta sei fottuto. Ora, io non so se li hai guardati, sono tanti. E vogliono il tuo sangue. Credo che ti uccideranno»
«Allora faccio anche la cacca, già che ci sono», rispondo. «Sai che quando muori ti si rilascia lo sfintere, no? Quindi va bene morire ammazzato da un’orda di bluesofili ubriachi, ma almeno vorrei evitare di cagarmi addosso, da morto»
Mister Flinn si lancia verso la finestra, appendendosi a testa in giù alla maniglia «Non scherzare, sono serio. Ti ricordi quella volta che hai detto a quel tizio di Ciampino che la sua ragazza era migliorata molto, a letto, da quando stavano insieme?»
«Uhm, sì, ero in vena di fare lo spiritoso, io la sua ragazza manco la conoscevo»
«Bravo», risponde Mister Flinn, «e quello se non avesse avuto la gamba ingessata ti avrebbe spaccato la faccia»
«Ma che ci posso fare io se le persone non hanno il senso dell’umorismo? Comunque questi sono un branco di imbecilli, ora devo trovare una soluzione. Dai Mister Flinn, sparisci, che devo cagare e ragionare»
Quando torno nel salone, una piccola folla si è radunata attorno a un ragazzo entrato da poco, è molto triste e beve grappe come se non ci fosse un domani. C’è chi gli dà pacche sulle spalle, chi lo abbraccia, uno gli consiglia di non abbattersi troppo. Lui tra una grappa e l’altra bofonchia frasi come «Simona mi ucciderà, lo so»
Il barbuto mi si avvicina. «Che tristezza», esclama solennemente.
«Che gli è successo?»
«Ha messo incinta una ragazza, una relazione clandestina, sai. Ora deve dirlo a sua moglie, perché quella il bambino se lo vuole tenere»
«Mortacci!», commento.
Il barbuto mi spiega che certo lui disapprova, certi comportamenti non hanno giustificazione, poi la moglie, Simona, dovrei vederla mi dice è così una brava ragazza, pure uno schianto, e guarda lui cosa va a combinare. Che schifo. Però poveraccio, si sono sposati giovani, un momento di debolezza.
«E poi», continua «io glielo dicevo. Guarda che quella è vegana, non ti devi fidare. Prende la pillola, ma chissà cosa c’è dentro, alla pillola vegana. Lui mi diceva che le altre pillole si disperdono nei fiumi e che poi i pesci diventano ermafroditi, e che questa funziona benissimo arriva dall’Australia è a base di olio di sesamo scuro e tofu e via dicendo. A me non ha mai convinto, e infatti trac! L’ha ingallata».
Annuisco mostrando empatia nel miglior modo possibile, anche se non me ne frega niente. «Vatti a fidare del tofu», commento. Riesco anche ad abbozzare un’aria riflessiva per un paio di secondi: il barbuto sembra essersi dimenticato della discussione precedente, infatti mi si sta rivolgendo in maniera amichevole. Che fortuna, quel coglione ha messo incinta l’amante nel momento giusto, forse sono salvo. «Bene», concludo. «Si è fatta una certa, e io a questo punto…»
No.
Si avvicina Giorgio, insieme a uno strano individuo. È nero, indossa una giacca viola sopra un maglione blu scuro e in testa porta una coppola. Ha i baffi imbiancati dall’età. La cosa particolare è che osservandolo molto bene si riesce a vedergli attraverso. E questo chi cazzo è?
Il barbuto mi spiega che le mie affermazioni non potevano essere ignorate, quindi devo prendermi le mie responsabilità. «Come il ragazzo al bancone ha infornato la pagnotta nel posto sbagliato, tu hai infangato il nome del blues, e ora te la vedrai con lui»
Il nero si rivela essere il fantasma di Muddy Waters, e mi spiega che nell’aldilà ha seguito un corso di italiano e che ora mi sfiderà in un duello con in palio la vita.
«A scacchi?», chiedo.
Fa cenno di no con la testa. «A “Indovina chi?”», sentenzia.
In pochi istanti siamo al tavolo, dove sono già disposte le due tavolette con le figurine. Pesco il mio personaggio, quello che Muddy dovrà indovinare. Che sfiga, ho preso Sam! Proprio uno pelato con gli occhiali mi doveva capitare! Muddy pesca a sua volta e mi guarda negli occhi con l’aria di chi ha già vinto. Tocca a me iniziare.
«Senti Muddy spiegami bene come sono le regole, cosa succede a chi vince e a chi perde. Il tuo personaggio ha i capelli bianchi?»
Muddy si gratta un baffo. «Allora, se vinco io tu muori e io ritorno in vita al tuo posto. No, non ha i capelli bianchi. Il tuo ha la bocca larga?»
Minchia, meno male che non mi ha chiesto se ha gli occhiali o se è pelato. Elimino dalla mia tavoletta le figurine con i capelli bianchi. Clak clak clak.
«No, non ha la bocca larga. Il tuo ha la barba? E se invece vinco io che succede?»
Muddy tira un pugno che fa tremare il tavolo «You shook me, boy!» esclama. «Sì, ha la barba, maledizione. Beh, se vinci tu allora resti in vita, io resto un fantasma, e potrai cancellare dalla memoria dell’umanità tutto il blues, come se non fosse mai esistito. È pelato il tuo?»
Cazzo ha beccato la pelata! «Sì, è pelato. Adesso aspetta che mi devo concentrare. Comunque, Muddy, mi sembra che con queste regole tu stia cercando di incularmi, in qualche modo. C’è qualcosa che non mi torna».
Muddy emette una grassa risata, soddisfatto, e abbassa un sacco di figurine, troppe. La posta in palio è enorme, in pratica sto rischiando di sacrificare la mia vita per liberare il mondo dal blues per sempre. Comunque, che mi piaccia o no, non credo di avere molta scelta. Improvvisamente l’impianto stereo del locale inizia a sparare a un volume allucinante un pezzo di Gigi D’Agostino, creando non poco scompiglio. Un ragazzo con i capelli lunghi scoppia in lacrime, qualcuno dice «No, la dance anni novanta no, vi prego!» Il fantasma di Muddy, destabilizzato dalle orrende sonorità, perde consistenza e diventa quasi del tutto trasparente, incapace di muoversi. Giorgio grida «Fermate questo scempio!», il ragazzo al bancone beve un triplo gin in un sorso e lo vomita in faccia al barista con un getto che ricorda il film “L’esorcista”.
Seduto sul tavolino, di fronte a me, compare Mister Flinn che approfitta della confusione per mettermi all’erta riguardo il pericolo incombente.
«Ti stanno fregando», mi dice. «È una trappola, come il referendum per abolire il finanziamento pubblico ai partiti. Se vinci cancellerai il blues, ma nel giro di pochi mesi qualcuno lo inventerà di nuovo: devi fuggire»
«E come faccio?»
«Ci ho già pensato io. Guarda», mi dice Mister Flinn girandosi verso l’ingresso del locale, dal quale dopo tre secondi entra una ragazza armata di una mazza da hockey. Simona!
«Tu sei finiiiitooooo!» grida, prima di lanciarsi conto il marito per prenderlo a mazzate. Si scatena una rissa, volano tavoli e sedie. Il barista, fradicio del gin vomitato dal ragazzo fedifrago, cerca inutilmente di placare gli animi gridando «Non voglio noie nel mio locale!» In tutta risposta gli arriva una bottiglia di Prunella Ballor in mezzo agli occhi.
Riesco ad approfittare dell’enorme confusione e a darmela a gambe. Fuori piove, cammino per qualche minuto lungo le vie del centro città. Il folletto è di fianco a me con un minuscolo ombrello.
«Questa volta mi hai aiutato, grazie Mister Flinn. Hai telefonato tu a Simona, vero? E la canzone di Gigi D’Agostino, prima… sei un genio»
«Uhm no, io non ho fatto proprio niente. Sapevo solo che sarebbe successo. Ah, devo confessarti una cosa. Il blues non l’avrebbe inventato più nessuno: se vincevi vincevi e basta. E poi potevo barare e dirtelo, che la figurina pescata da Muddy Waters era David. L’avevo visto»
«E perché non l’hai fatto?»
«E perché avrei dovuto? A me il blues piace»
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commenti
  1. ilsecolodeigrumi ha detto:

    grande!… però voglio i diritti per la pillola vegana

  2. fabrizio romano ha detto:

    Hahahaha ok i diritti sono tuoi! 🙂

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