Paradiso, canto diciannove.

Pubblicato: gennaio 21, 2013 in Racconti
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dante

La signora indossa un cappotto beige. Incede zampettando, con piccoli passi molto simili a quelli del suo cane, uno yorkshire terrier avvolto in un cappottino a fiori. «Andiamo, Milly», esclama con un vocino squillante e leggermente tremulo. Con piccole e agili mosse della mano libera dal guinzaglio si sistema il foulard a pois neri su sfondo bianco, riparandosi dai primi fiocchi di neve. L’altra signora avanza in direzione contraria, portata a spasso dal suo carlino grigio che ha già annusato il muro trecentodiciannove volte e ha fatto la pipì in novantaquattro attraenti (secondo lui) angolini.

Ora le due signore sono molto vicine, quasi quasi sbattono una contro l’altra prima di riconoscersi, salvate solo da Milly che inizia ad abbaiare come se avesse visto una divinità canina. «Signora Adele, ooh che piacere vederla, come sta?» chiede la prima signora, quella con il foulard e lo yorkshire. «Signora Matilde, che sorpresa! Bene bene guardi, mia figlia, la mia Jenny, aspetta un bambino!»

«Un altro? È il secondo?» chiede la signora Matilde. «È il terzo, lei non sa che gioia, con la casa piena di frugoletti», risponde la signora Adele.

«Maria vergine, il terzo?» replica la signora Matilde stupita. «E ha solo diciott’anni, vero? Ha la stessa età della mia Michela, andavano a scuola insieme. Milly smettila di abbaiare!» Le due bestiole iniziano ad annusarsi vicendevolmente il deretano, girando in cerchio. «Sì, diciott’anni a luglio. Ma vedesse come è contenta… questa volta il papà è un bravo ragazzo, non come quegli altri due disgraziati. Si chiama Giovanni. Lavora, sa? Ha due ragazzi stranieri che lo aiutano. Vendono farina»

«Vendono farina?»

«Sì, signora, farina, in sacchetti di plastica. Dice che adesso per le leggi della comunità europea la farina si deve vendere in piccoli sacchetti di plastica. Mariotto, smettila!», strilla la signora Adele rivolta al carlino che sta inchiappettando lo yorkshire, strattonando il guinzaglio, privando così i due quadrupedi del loro momento di piacere. «È strano, riprende, perchè la signora Gori, quella che ha il marito panettiere, sostiene che la farina suo marito la prende ancora nei sacchetti di carta, ma Giovanni dice che prima o poi al signor Gori gli arriva una bella multa»

La piacevole conversazione viene interrotta dall’arrivo di un’ape car, lenta e traballante la vettura si arresta proprio dieci centimetri dopo essere passata sulla coda dello yorkshire, il quale fa un salto con cui guadagna l’accesso alle prossime olimpiadi e lancia un guaito agghiacciante. Il motore si spegne con un singhiozzo dal quale si presume che questo sia stato il suo ultimo viaggio. Dalla carriola scende un energumeno vestito come Super Mario, che lentamente recupera, dal retro, colla pennello e alcuni manifesti, ignorando le lamentele della signora Matilde che lo accusa di essere un assassino a piede libero.

«Se le signore mi vogliono scusare», annuncia il gigante indicando la parete dietro alle due arzille donnine. Parla con una certa padronanza di linguaggio perchè fino all’anno scorso era direttore di una rivista di cinema fallita per la crisi. Agita il grande pennello, attendendo che le due balde dame si levino di torno. «Lei è un maleducato», insiste la signora Matilde.

«Yaauuwwwfyyyyy», strilla Milly dopo essersi leccata la coda.

«Per cortesia, signore. Chiedo venia per l’incauto incedere del mio veicolo. Adesso levatevi immediatamente dai coglioni altrimenti stacco le teste ai vostri orrendi cani e ve le infilo su per il culo.»

Le minacce hanno effetto, l’enorme individuo si mette al lavoro e affigge i manifesti.

C’è scritto “Roma – inter. 20 Gennaio 2013, ore 20.45”

Nelle successive nove ore non succede niente di rilevante. All’una un uomo ubriaco decide di svuotare la vescica sotto al manifesto, cancellando le tracce lasciate nel pomeriggio da Mariotto, il carlino. Alle otto meno dieci passano Lara Vieni e Laura De Rosa, dirette al vicino liceo scientifico A.Manzoni.

«Ce la guardiamo la partita, domani?»

«Non ti conviene, vi facciamo un culo quadro»

«Lara, le avete già prese a Milano, non fare previsioni»

«Comunque ok, facciamo da me che da te c’è quello stronzo di tuo fratello che poi ci prova. Senti, ma che odore di piscio, andiamo va»

In aula c’è un forte brusio. Giorno di interrogazioni di italiano, alla prima ora. Diversi banchi vuoti, tanti saranno rimasti a casa per evitare di essere chiamati a rispondere alle domande del professor Catalano. Sì, perchè il professor Catalano fa paura. È tetro, ha la voce bassa, è famoso per avere bocciato quindici persone in una classe sola, negli anni novanta. I presenti cercano di capire il livello di preparazione dei compagni, dicono «Oh ma te l’hai studiato l’Adelchi?» oppure «Io non mi ricordo niente, ho proprio il vuoto»

All’ultimo banco Giangirolami, con un rosario in mano, prega, con la testa appoggiata al banco, di non essere chiamato. Gabriele Rizzi , in piedi in mezzo alla classe, agita una riga da disegno in aria, contando gli assenti. Dice «Oh però bisognerebbe annullare l’interrogazione, qua sono tutti rimasti a casa perchè se la facevano sotto sti bastardi»

Laura De Rosa dice «Sì, glielo dici tu a Catalano»

«Eh De Rosa ho capito, ma tu fai la figa tanto come al solito prendi sette, io che non so un cazzo cosa faccio adesso? Guarda qua, Pazzi non c’è, la Borghi non c’è, in quarta fila non c’è nessuno. Manco quella cessa della Agostini è venuta»

Laura dice «È andata a fare l’eco, è incinta.»

«Ma diocane tutti gli anni quella resta incinta, è la terza volta! Che cazzo è un forno, non una ragazza»

Improvvisamente tutti corrono ai loro posti. Il professor Catalano, entrato senza far rumore, abbassa gli occhiali e scruta gli studenti. Ancora scomposti, mentre cercano di darsi un contegno. «Buongiorno»

«Buongiorno prof» è l’amalgama delle voci tese e disordinate che rispondono. Silenzio e immobilità. Ognuno cerca di diventare il più possibile neutro e invisibile, ogni minimo rumore potrebbe attirare l’attenzione del professore che nel frattempo si è seduto e fissa gli studenti dalla cattedra. «Bene signori, incominciamo a sentire qualcuno. Venga un po’…»

Panico. Sudori, freddi.

Non me ti prego non me se non interroga me oggi studio e vado pure a trovare la mia bisnonna in ospizio.

Non me oddio se mi chiede i sepolcri non li so ti prego ti prego ti prego.

«Venga un po’…»

Lo fa apposta. Questo è abuso di potere. Lo sa da ieri chi interrogare, ma si diverte. Diverse scoregge escono silenziosamente dai deretani dei meno preparati e dei più emotivi, appesantendo non poco l’aria.

«De Rosa»

L’atmosfera si rilassa. Laura si alza, non è preoccupata. È vero, lei è brava e preparata. Basta solo che non gli faccia quella domanda. Qualcuno sottovoce dice al compagno di banco «Dai meno male ha chiamato la De Rosa perchè sa che lei sa tutto»

Gabriele Rizzi fa il gesto dell’ombrello sotto il banco, quindi inizia a rollarsi una canna. Altri pensano che se proprio non oggi, a trovare la bisnonna in casa di riposo ci possono andare martedì o mercoledì prossimo, che comunque vale lo stesso.

Il professor Catalano indugia un momento sulle tette di Laura, maledicendo i maglioni di lana e il loro nascondere le forme.

«De Rosa, parliamo di Dante. Mi dica cosa sa del canto diciannove del Paradiso».

«Non l’ho letto, professore». Laura maledice una serie di santi. Quella domanda, proprio quella. Non una qualsiasi altra. Quella.

Gli alunni si guardano atterriti.

Il professore alza un sopracciglio. «Mi scusi?»

«Lei mi sta chiedendo il canto diciannove del paradiso. Bene, è proprio quello che inizia dicendo

Parea dinanzi a me con l’ali aperte
la bella image che nel dolce frui
liete facevan l’anime conserte;

e dopo un po’

ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro

Vero?»

Il professore non riesce a capire. «Sì, è proprio quello», dice.

«Bene, è lo stesso canto che poi dice

cotal si fece, e sì leväi i cigli,
la benedetta imagine, che l’ali
movea sospinte da tanti consigli.

Non mi sbaglio, vero? E poi ancora, ai versi dal cento al centodue,

Poi si quetaro quei lucenti incendi
de lo Spirito Santo ancor nel segno
che fé i Romani al mondo reverendi.

È questo, no?»

«Sì, De Rosa, è questo»

«Bene, io non l’ho letto. Anzi, sul mio libro pare proprio che non ci sia, vede, le pagine sono state bruciate. Una cosa curiosa, non trova? Potevo procurarmi un altro libro, o leggerlo su internet, ma, guardi un po’, non l’ho fatto. Ora, se mi vuole fare un’altra domanda…»

«Mi dispiace, non posso. Se non risponde le devo dare un bel quattro. Eppure mi pare che lei qualcosa di questo capitolo la sappia, forse di più di quanto voglia far credere. Ma non è un mio problema. Vada, De Rosa, vada. Può venire Rizzi, al suo posto»

Al terzo banco, Gabriele Rizzi sviene.

Un quarto d’ora al fischio d’inizio. Lara sgranocchia patatine sul divano. Laura entra, con una sciarpa della Roma e due trombette. «Daje Capitanooo!» grida, inneggiando a Francesco Totti, inquadrato in primo piano negli spogliatoi.

«Senti Laura toglimi una curiosità»

Laura fa esplodere il suono di una delle trombette nell’orecchio dell’amica.

«Eh, che c’è?»

«Ma ieri, all’interrogazione… Tu non sei MAI andata impreparata. È la prima volta»

«Eh cosa ti devo dire? Se abbiamo un professore di Italiano che è uno stronzo io cosa ci posso fare? Se tra cento domande possibili mi va a chiedere proprio un canto in cui Dante parla di una bella immagine, che poi definisce una benedetta immagine, e dice che è l’immagine che ha reso i Romani degni di reverenza, e poi quella cazzo di immagine non è altro che la fottuta aquila laziale di merda, io non vedo cosa ci posso fare. Io dell’aquila laziale non ne parlo. E Dante era evidentemente un imbecille e di calcio non capiva un cazzo.»

2014, un pomeriggio di fine inverno

«Signora Matilde, quanto tempo!»

«Signora, Adele, che piacere! Come va?»

«Oh sono tanto contenta, signora Matilde! Lo sa? La mia Jenny aspetta un bambino»

«Ancora?!»

«Sì, ma guardi, questa volta il papà è proprio un bravo ragazzo, non come quei farabutti dei primi tre che sono scappati via tutti quanti. Questo qui è proprio un tesoro. Sa, il giorno dopo che hanno saputo che Jenny è incinta è dovuto partire per il Messico perchè improvvisamente è venuto a mancare un suo zio, ma ha promesso che appena torna la sposerà»

Lentamente, dalla nebbia, cigolando si avvicina un’ape car.

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commenti
  1. Hal9000 ha detto:

    (…)e poi quella cazzo di immagine non è altro che la fottuta aquila laziale di merda, io non vedo cosa ci posso fare. Io dell’aquila laziale non ne parlo(…)
    AHAHAHA Fantastico!!!!Bravo…si legge piacevolmente e si apprezzano i siparietti dei vari personaggi anche in poche righe!

  2. malosmannaja ha detto:

    bello anche questo. ben tratteggiati i personaggi, sviluppati con curiosità orizzontale e paritaria che per certi versi m’ha ricordato “la colazione dei campioni” di vonnegut, uno dei miei libri preferiti d’ogni epoca. prealtro, anche l’ironia sottesa tra le righe, spesso tagliente, rimanda a vonnegut e brautigan. ottimo anche il richiamo circolare a loop in chiusa.

  3. […] no, quello l’ha già scritto uno che di calcio capiva poco, come si può apprendere leggendo questo racconto. Sono tre giorni, ci sono tanti protagonisti, basta non dico niente di più. Presto vi aggiornerò […]

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