Zerouno in viale Cremona, una villa.

Pubblicato: febbraio 19, 2013 in Racconti
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zombie«Non c’è struttura, qui siamo partiti come un gommone e adesso siamo l’equivalente di un traghetto, ma non bisognerebbe anche modificare l’equipaggio, adeguarlo cazzo? Come faccio io a gestire tre linee telefoniche? Devo dirlo alla Vinci. Quella troia», aggiunge Sonia riflettendo sullo sfruttamento a cui è sottoposta a lavoro. Sonia si lamenta quasi sempre del lavoro, in parte perchè tutti si lamentano del lavoro, in parte ha anche ragione. Dice «È chiaro che ci siano i momenti di stress, no? Se tu costruisci un’autostrada a tre corsie che poi è sempre vuota vuol dire che hai fatto un lavoro per niente. Un’autostrada nei momenti di punta deve essere affollata. Ma qui stiamo parlando di una congestione continua: chiamano, richiamano, ci mettono anche tanto a spiegare il problema, c’è addirittura gente che non sa dove cazzo abita!» Nei primi tempi non era così. «No, siamo nati come una piccola società. Cioè sono nati, io sono arrivata dopo. Poi inizi a ingrandirti e la Vinci, quella troia dell’amministratrice unica, si monta la testa con tutte queste politiche di pseudo marketing del cazzo, frasi fatte, formule da recitare, tessere fedeltà, psicologia motivazionale ma si può lavorare con quelle lavagnette davanti agli occhi tutto il giorno?», dice, indicando un paio di lavagnette luminose appese al muro, sopra cui c’è scritto noi vinciamo, il cliente vince con noi e altri slogan. Sonia continua «Meno male che abbiamo introdotto il jingle registrato che tiene in attesa i clienti dicendo il nome della ditta e tutte quelle cose lì, altrimenti come farei?Già era difficile in due, poi Giuditta resta incinta e la Vinci, quella troia, dice che no non serve sostituirla che tanto è inverno e si sa d’inverno c’è meno lavoro e tutte quelle palle lì, però adesso siamo a fine marzo e sono ancora qui da sola». Il telefono continua a squillare, Sonia è molto professionale. Ha un microfono con auricolare per tenere libere le mani e segnare tutti i dati dei clienti su un software gestionale. Riesce a trasmenttere fiducia, adegua il tono alle persone con cui parla, capisce al volo chi c’è dall’altra parte della linea telefonica. Cioè con che tipo di clienti ha a che fare.
«Certo, signora, disinfestiamo dalla villetta alla grande industria, servizio garantito entro quindici minuti dalla chiamata. Posso consigliarle anche una serie di prodotti che può trovare sul nostro sito internet, per tutto marzo abbiamo lo sconto del venti per cento, inoltre da questa settimana abbiamo introdotto la tessera fedeltà, ogni cinque interventi uno è gratis. Mi dia l’indirizzo e le mando subito due dei ragazzi»
«Resti un momento in attesa per favore»
«Paolo allora un zerotre in via Cattaneo, zona Città Giardino, appartamento, numero 115»
«Signora eccomi di nuovo, sette minuti e i ragazzi sono da lei»
«Sergio una zerouno in viale Cremona, una villa, al 219»
«Bongiorno sono Sonia come posso esserle utile?»

Giuliana chiude una telefonata e appoggia il cellulare su un elegante mobile di mogano.
Ha una tazza con un cappuccio. «Ha detto dieci minuti, un quarto d’ora. Spero che si muovano, che poi vorrei andare a tagliare i capelli. Ah ma non ti ho detto l’ultima» gira lo zucchero nel cappuccio e ne beve un po’
Sebastiano seduto, legge una rivista. Dice «mmh»
Giuliana «Ieri sera mi ha chiamata Alice. Giordano l’ha lasciata. Se ne è andato»
Sebastiano non sembra emotivamente scosso dalla notizia. «Pazzesco. Cioè qui dice che per produrre un chilo di carne bovina ci vogliono quindicimila litri d’acqua, ma ti rendi conto?»
«Ma mi ascolti? Ho detto che Giordano ha lasciato Alice»
«Sì, sì, e come mai?» Sebastiano continua a leggere.
«Mah per una più giovane, una collega, non so non ho capito molto bene, Alice era talmente sconvolta che non riusciva neanche a parlare. Poveraccia»
«Massì avrà preso una sbandata, una settimana e torna a casa, fidati»
Giuliana beve un altro sorso di cappuccino «Sbandata un cazzo, lo dici come se lui avesse deciso di comperarsi una canna da pesca… Sebastiano possibile che voi uomini affrontiate le cose con questa superficialità imbarazzante? Appena la vostra donna mette due rughe iniziate a guardarvi in giro, cercate di scoparvi la ventenne perchè vi fa sentire giovani. Che schifo. Per una donna è una cosa devastante. E tu con questo atteggiamento superiore sei come lui, anche se fai finta di niente! Ti guardi in giro anche tu, ci scommetterei quello che vuoi guarda. Tanto mica me lo vieni a dire. Scommetto che appena avremo venduto questa casa farai come lui, prendi i soldi e te ne scappi chissà dove con qualche sgualdrina brasiliana, magari”
Sebastiano si raddrizza sulla poltrona. «Oh, Per fare il tuo caffè… centoquaranta litri d’acqua. Incredibile!»
«E non puoi continuare a cambiare argomento! Comunque è un cappuccino, non un caffè»
«Peggio ancora! Devi aggiungere il latte. Fammi trovare il punto dove l’ho letto… Ecco qua! La vacca da latte beve duecento litri d’acqua al giorno»
«Ma mi rispondi? Ti piaccio ancora o vai in giro a guardare i culi sodi delle ventenni?» Giuliana si mette in posa un po’ provocante davanti a lui. Sebastiano per tutta risposta si alza dicendo «bah!» e lei fa una faccia come per dire “stronzo”

Il furgoncino attrezzato corre veloce lungo un deserto viale Gorizia, sbanda appena in curva sui sampietrini quando giunge in piazza Emanuele Filiberto, Marco Rinaldi guida in modo sportivo. Sergio è alla seconda settimana di lavoro, per la prima volta fa squadra con Rinaldi.
Chiede «Ma è tanto che sei in questa ditta?»
«Ma che ne so, mi sembra che si sia fermato tutto il tempo, qui», risponde Rinaldi. Fuma una sigaretta rollata che continua a spegnersi.
Dice «Queste cartine fanno schifo al cazzo. Come tutto ormai. Fa tutto schifo al cazzo. Mia figlia mi chiede quando la porto al mare, capisci? E tu come ci sei finito qui?»
Sergio osserva due cani che si azzannano indisturbati in un angolo della piazza. «Sonia», dice. «È mia cugina. Lavoravo in un ristorante, prima. Ha chiuso, devo dire che il cuoco era un avvelenatore, faceva delle penne all’arrabbiata che sapevano di ospedale. Passavo sempre da Sonia in ufficio, poi quando sono rimasto a casa mi ha detto che se volevo potevo provare. Per quanto sia un lavoro di merda almeno ti porti a casa qualche soldo, mi ha detto»
Marco Rinaldi sputa fuori dal finestrino. «Pensa che prima io stavo in Inghilterra. Che ancora adesso è messa molto meglio dell’Italia, figuriamoci là sì che sanno come affrontare le crisi. Prima di avere mia figlia, intendo dire. Bè chi cazzo me lo ha fatto fare di tornare qui non lo so, per sposare quella testa di cazzo di mia moglie, poi. Ex moglie. Cioè insomma è morta poveraccia ma era davvero un’idiota. Fatto sta che ero a Londra, e avevo anche aperto una pizzeria a gettone» Si ferma in un punto in cui la strada è interrotta, mentre il navigatore satellitare dice “Ricalcolo della rotta”. Poi riparte cambiando percorso. Dice «Sì, tipo le lavanderie a gettone. Io non dovevo nemmeno stare lì, in teoria. Riempivo le macchine con gli ingredienti la mattina, e me ne andavo al pub. Qui in Italia non sono mai arrivate perchè da noi sono tutti convinti di essere i depositari dei cazzo di segreti della cucina, ma ti assicuro che quelle pizze erano buone!»
Sergio chiede «E com’è che hai deciso di andartene?»
Marco Rinaldi accende per l’ennesima volta la stessa sigaretta. «Avevo un problema con i carciofini. Quelle cazzo di macchine ogni volta che uno selezionava la pizza con i carciofini si bloccavano, forse per colpa dell’olio, che ne so, ho fatto venire i tecnici almeno venti volte, nessuno ci ha mai capito niente. Adesso mi dirai: e perchè non ho semplicemente eliminato la pizza con i carciofini mettendo al suo posto che ne so, quella col tonno? Te lo dico io, il perchè. Questi cazzo di Inglesi sembra che impazzissero tutti per la pizza con i carciofini. Era il quarantacinque per cento delle vendite che facevo! Alla fine dovevo stare lì tutto il giorno a dire a quelli che volevano la pizza con i carciofini di selezionare la margherita e poi i carciofini li mettevo io a mano. Finchè non è arrivato il controllo dell’unità sanitaria e mi hanno fatto chiudere, ‘sti porci maledetti»

Giuliana fuma appoggiata al muro, poi si sposta al davanzale della finestra, poi finisce la sigaretta, continua a gironzolare nervosa.
«Comunque con te non si può parlare. Ti dico una cosa importante e te ne salti fuori all’improvviso con questi discorsi ambientalisti di cui non te ne è mai fregato un cazzo, ti vedo quando lavi i denti che lasci il rubinetto aperto per mezz’ora eh?! Poi mi parli degli sprechi d’acqua. Incoerente», dice a Sebastiano.
Va davanti allo specchio e si guarda. “In effetti Alice è un po’ invecchiata, ultimamente. Io sembro molto più giovane, no?”
Sebastiano dice «Non c’è paragone», con tono ironico.
Poi si apre una porta, entra nel salotto il geometra Comelli seguito da un’avvenente ragazza mora, sui venticinque anni.
«I signori mi scusino il disturbo, mostro alla signorina Lunghi anche questo splendido salone, giusto un minuto»
Sebastiano dice «Faccia, Comelli, faccia con comodo»
Comelli allarga le braccia come per mostrare l’ampio respiro concesso dalla sala in cui si trovano. Guarda verso una ampia porta finestra che affaccia su un balcone, prende un respiro che regala una pausa scenografica. Dice«Bene, grazie. Signorina Lunghi qui come può vedere abbiamo uno dei punti focali della villa, si può dire che questo salone sia il vero cuore pulsante dell’intera abitazione. Non può non notare la luminosità di questa apertura che in tutta sincerità signorina mi riporta alla mente capolavori di architetti come Gino Coppedè, e può benissimo vedere da sola che non sto esagerando»
Il geometra Comelli a piccoli passi si avvia verso una scala che scende al piano inferiore. Prima di scendere si ferma in modo teatrale indica la scala a chiocciola. Dice «E ora le mostrerò il fiore all’occhiello della villa, il meraviglioso giardino…»
Sebastiano si alza in piedi, lo guarda malissimo. «Comelli, cristo. La disinfestazione», dice.
«Mi scusi dottor Barone, mi scusi. Possiamo allora visitare questa stanza degli ospiti, mi segua signorina»
Giuliana a bassa voce dice «che imbecille», poi prende in mano il telefono e richiama l’ufficio di Sonia.
«Signorina è mezz’ora che ho chiamato»

Sergio è al telefono, zitto per due secondi. Dice «Dai Sonia c’era anche una deviazione lungo la strada. E lascia perdere l’immagine aziendale da difendere adesso… E le dici di non rompere i co… Due minuti, sì, ciao»
Sergio stacca la chiamata, dice «Echeccazzo… vabbè dicevo sono stato anch’io in Inghilterra tre anni fa, poi sono tornato perchè dopo sei mesi che mangiavo fish and chips mi è venuta una forma di acne allucinante e il vicino di casa che era alcolizzato pensava fosse contagioso e mi ha sparato a un piede. Oh, siamo arrivati».

Scendono. La villa è all’estrema periferia della città, in parte è circondata da una zona boschiva più che da un vero e proprio giardino. Una donna è affacciata a una finestra del primo piano, indica un punto dietro al garage, dove c’è una siepe. Lui è lì, morto che più morto non si può, e anche affamato, visto che sta sbranando ciò che resta di un gatto.
Sergio dice sottovoce «Ammazza quanto è grosso questo, ma da vivo che faceva, il buttafuori in una discoteca?»
Rinaldi gli fa cenno con un dito davanti alla bocca di tacere. Il garage è aperto, lo zombie sta banchettando circa dieci metri più in là. Rinaldi furtivamente lega un capo di una corda a una canalina dell’acqua, poi si nasconde dietro a una pianta. Sergio deve fare da esca. Si piazza un paio di metri oltre la corda, grida «AAAAAAAAAAAAAH!»
Lo zombie si alza di scatto, abbandonando il suo pasto. Per qualche istante fissa Sergio. È orribile, sembra che lo abbiano scuoiato perchè si vede la muscolatura senza la pelle, anche in faccia. Da una tempia spunta il maledetto fungo. A Sergio ricorda Eddie, la mascotte degli Iron Maiden. Dopo un breve istante di sorpresa la creatura parte con uno scatto sorprendente. Otto metri. Sei. Cinque. Tre. Rinaldi tira la corda. Lo zombie inciampa e vola faccia a terra. Sergio è velocissimo, nonostante lavori da poco nel settore, agita la mazza da hockey e spacca la testa al mostro, con un colpo solo, dandogli per sempre la pace.

«Sono centocinquanta euro, signora», dice Rinaldi a Giuliana, sulla porta d’ingresso.
«Volete un caffè? Un tè? Cinquanta, cento, ecco»
«No, guardi, grazie davvero, è molto gentile»
Poi l’espressione di Giuliana cambia in una frazione di secondo, e la porta si chiude violentemente in faccia ai due uomini. Sergio ha un istinto, si getta di lato, e c’è Rinaldi che ha appesa alla schiena una che doveva essere veramente bella. Peccato che è morta, e gli sta mordendo un braccio. Rinaldi grida «Ma cazzooo! Caazzooo!», poi se la scrolla di dosso e la sfracella contro il muro, decapitandola con un machete.
«Uff, dai, anche questa è andata. Dovremmo chiedere altri centocinquanta euri», dice, sorridendo.
Sergio lo guarda. Dice «Rinaldi, andata un cazzo. Ti ha morso»

L’ultimo dei tre cadaveri viene riversato dalla carriola nel furgone attrezzato. Povero Rinaldi, ha dovuto sparargli. Che poi non si spara perchè se ci sono altri zombie nei paraggi arrivano, eccetera eccetera, lo sa anche lui. Ma che ci doveva fare, quello diceva che stava bene e aveva un pezzo di braccio staccato e un machete nell’altra mano, e si stava pure incazzando. Si sarebbe trasformato in mezza giornata, quindi andava eliminato, le regole sono quelle.
Sergio chiude il portello posteriore del furgone, si accende la prima sigaretta della giornata, che si spegne dopo due tiri. «Però aveva ragione, queste cartine fanno davvero schifo al cazzo», dice.

(P.S. questo racconto prende spunto da un soggetto scritto a quatto mani con Linda Schirra)

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commenti
  1. erica ha detto:

    ormai gli zombie sono stati cucinati in tutte le salse, ma questa salsa in particolare vale la pena di un assaggio – e lascia anche un po’ d’appetito

  2. Hal9000 ha detto:

    E’ un piacere leggerlo completo!

  3. malosmannaja ha detto:

    interessante e sorprendente la svolta splatter (m’arrovellavo su cosa disinfestasse la ditta di sofia, ma gli zombies non erano nel neovero delle mie ipotesi).
    nota speciale per “mangiavo fish and chips mi è venuta una forma di acne allucinante e il vicino di casa che era alcolizzato pensava fosse contagioso e mi ha sparato a un piede.”
    il finale è la parte che mi ha convinto di meno.

    • alextension ha detto:

      In origine nasceva come puntata zero per una web serie, quindi il finale era fortemente visivo e frenetico, in contrasto con il resto. Nel trasformarlo in racconto ho praticamente evitato di descrivere il susseguirsi di scene di lotta, ormai le avevo troppo in testa con musiche e movimenti di camera…

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