Una Domenica senza campionato

Pubblicato: aprile 12, 2013 in Racconti, Varie
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Ho scoperto che le carote al burro, se le cucino io, sono buone. Avevo sempre creduto facessero cagare, invece la colpa era di qualche incompetente che me le aveva cucinate in modo pessimo. Di solito il sistema migliore per imparare a odiare questi cibi è quello di mangiarli nei bar vicino agli uffici, quei bar da pausa pranzo dove ci sono molte persone che indossano la giacca e dicono «Ho una riunione alle quattordici e quarantacinque». Hanno tutti quell’età in cui i capelli iniziano a essere più radi e le pance a ingrossarsi, e per mantenersi in forma mettono in pratica diverse strategie: una di queste è giocare a calcetto con i colleghi. La partita di calcetto con i colleghi, nella commedia italiana moderna, è spesso una scusa per andare a trombarsi un’amichetta, di nascosto dalla moglie. Poi questo comporta alcuni problemi come per esempio il dovere sporcare i vestiti, che sappiano almeno un po’ di sudore, ecco. Quindi in questi film poi di solito il marito fedifrago (non so ma io sono anni che volevo scrivere “marito fedifrago”. Forse ho iniziato a scrivere solo per, un giorno, poter scrivere “Marito fedifrago”) commette qualche ingenuità e viene scoperto dalla moglie, che in una scena ad alta tensione gli fa il culo.

Moglie «C’è un paio di mutande da donna nella tua borsa del calcio»

Marito (che trova una scusa originale dimostrando spirito di improvvisazione) «Ah, sì, quelle. Ha ha. No, tranquilla, ho dovuto coprire il Righi che ha l’amante, mi ha chiesto se gliele tenevo io altrimenti sua moglie si insospettiva»

Moglie (che alla scusa di suo marito non ci casca assolutamente) «Sei un maledetto bastardo»

In queste commedie il marito viene, nel giro di poco tempo, scaricato anche dall’amante, e a quel punto inizia veramente a giocare a calcetto con i colleghi. Nella realtà invece il calcetto tra colleghi è uno sport tristissimo, in cui il livello tecnico del gioco, al pari del tenore atletico dei protagonisti, è paurosamente basso. Quelli che non giocano a calcetto vanno in palestra, oppure a nuotare. Quelli che vanno a nuotare lo fanno spesso in pausa pranzo. Credo che soffrano molto per questo, ma lo facciano perchè fa figo: «Ehi Giorgio, noi andiamo a mangiare in trattoria da “er suino”, vieni?»

«No, io vado in piscina». Bah. Un’altra strategia di autoconservazione di questi impiegati è quella di cercare di porre rimedio a quindici anni di panini e piadine, in pausa pranzo, e di seguire una dieta più equilibrata. È in questi casi che entrano in gioco piatti pieni di verdure cotte al vapore. Per chi si vuole lasciare un po’ andare sono sempre in agguato portate all’apparenza più gustose come le carote al burro. Purtroppo in questi bar da uffici i piatti di solito vengono preparati alle dieci del mattino e poi riscaldati nel forno a microonde, e le carote al burro diventano disgustose. Il segreto, credo di avere capito, è che devono rimanere morbide ma leggermente croccanti, e fondamentale è la giusta quantità di pepe. Il momento in cui si fanno queste scoperte così importanti è di solito la domenica, verso le due di pomeriggio. La domenica è una giornata particolarmente difficile da affrontare, ma ci sono domeniche e domeniche. Una combinazione quasi letale è questa: sei single, è domenica, piove e non c’è il campionato perchè la nazionale di calcio ha fatto un’amichevole con il Belgio. Se sei sposato o fidanzato la giornata è altrettanto tragica, ma in modo diverso. Tanto per cominciare è cosa nota che molte donne sincronizzano il proprio ciclo con le partite della nazionale, quindi nelle domeniche senza campionato di solito si va in bianco. Poi sbuffano, con la chiara intenzione di farti reagire e chiedere se c’è qualcosa che non va. Poi inizia tutta una serie di dialoghi noiosissimi del tipo:

Lei «Non si fa mai niente»

Tu «Ma non vedi che tempo?»

Lei «Sì ma anche se fosse bello tu non hai mai voglia di far niente il tuo massimo divertimento è quando andiamo il sabato in pizzeria con quel cretino del tuo amico Fabio e Rossella e poi finisce che bevete venti grappe a testa e a mezzanotte non capite più niente»

Tu «Ma non è vero domenica scorsa che c’era il sole ti ho proposto di andare a fare un giro in moto e tu non hai voluto»

Lei «Sì lo sai che a me la moto fa paura e tu insisti tutte le volte, ti ho detto che non ci vengo. Però guarda, oggi al castello di Belgioioso c’è una mostra sui vestiti del settecento»

Tu «Che culo».

Inutile dire come procede la giornata, con te che davanti al decimo abito di nobildonna veneziana ti ricordi che un tempo lontano eri single e poi sono successe cose che non riesci del tutto a ricordare, ma per qualche strana ragione adesso sei qui e hai speso ventotto euro per i due biglietti di ingresso a questa mostra del cazzo. E con immensa nostalgia pensi a quelle meravigliose domeniche di quando eri single. Non pioveva mai. Non solo: la nazionale giocava solo da maggio in avanti, e il presidente della federcalcio autorizzava le partite solo dopo avere sentito al telefono qualche tuo amico, ed essersi assicurato che per quella domenica ci fosse una grigliata con invitate anche un sacco di gnocche, in modo da evitare che la tua domenica fosse in qualche modo noiosa.

Poi tornando alla realtà, quando sei single diventi bravissimo a fare le carote al burro.

Insomma l’altro giorno era proprio una di queste dannate domeniche senza campionato. Ero sì soddisfatto del pranzo (alle carote avevo aggiunto uova e broccoli), ma erano le quattordici e sei minuti, e dovevo tirare fino a lunedì. A un certo punto ho sentito il telefono che faceva “plim plim”, che è il suono degli sms ricevuti. Strano, ho pensato. Non ne ricevo mai. Mentre andavo a prendere il telefono per leggere il messaggio ho fatto il seguente ragionamento: se non ricevo mai sms, vuol dire che nel momento in cui ne ricevo uno, sarà per un evento insolito. Qualcosa che dovrebbe avere a che fare con un invito, fatto di sicuro da una persona che vuole la mia attenzione ma senza essere invadente con una telefonata, quindi una ragazza che magari non ha tutta questa confidenza con me, ma vuole invitarmi per cena. O per uscire questa sera a bere qualcosa, o magari è una che ha una villa con la piscina interna riscaldata, e sono un po’ di amiche ma sono tutte femmine e volevano qualche ragazzo, e deve aver pensato a me, certo questa dev’essere l’ipotesi più probabile. Ho preso in mano il telefono e c’era scritto “Vieni da Brunetti! Solo per questa settimana sconto speciale sul cambio gomme e sulla riverniciatura della tua auto!” Ma vaffanculo.

A quel punto ho deciso di uscire a fare un giro anche se piovigginava. Mi sentivo un po’ come Lucio Dalla nella canzone “disperato erotico stomp”, e speravo quasi di incontrare anch’io una puttana ottimista e di sinistra con cui fare due chiacchiere. A un certo punto mi sono accorto che dovevo comprare del tabacco e avevo superato il bar tabacchi aperto la domenica di circa cinquanta metri. Una cosa che detesto, quando cammino per strada, è accorgermi che l’unica cosa da fare è invertire la direzione di marcia. Se la strada è deserta non è un problema, ma se ci sono dei passanti mi sembra di fare la figura dell’idiota. Insomma uno che cammina in una direzione e di colpo si volta e senza una ragione apparente inizia a camminare nella direzione opposta, secondo me fa sempre una figura imbarazzante. Infatti c’era un bambino a spasso con la mamma che ha iniziato a fissarmi appena ho compiuto l’inversione di marcia. Io ho messo un dito davanti alla bocca nel gesto che indica silenzio, con un’espressione di più o meno simulata complicità. Il ragionamento era questo: tu sei un bambino, avrai sei anni, circa. Io ho fatto uno strano dietro-front e mi hai beccato in pieno. Tua mamma non sta guardando. Io faccio questo gesto come per farti capire che ci sono dei motivi importantissimi per cui io ho dovuto girare i tacchi. Potrei essere un agente segreto in missione, quindi l’aria di complicità e il gesto indicano che questo è un segreto che io in qualche modo ti ho fatto capire, ma è importante che nessuno lo sappia.

In quel momento si è girata la madre e mi ha beccato in pieno. Era molto bella. Mi ha detto «Scusi cosa sta facendo?»

Eh, vaglielo a spiegare alla mamma il ragionamento, adesso. Ho detto «No è che…», che era l’unica cosa che mi è venuta in mente. Poi ho detto «Niente, andavo dal tabaccaio»

Lei ha risposto «Ecco, vada che è meglio».

Ci mancava anche la figura da maniaco adesso.

È orribile quando uno sa di avere compiuto delle azioni con una certa logica e poi qualcuno le interpreta male. E al momento di spiegarle ci si rende conto che la giustificazione sembrerà totalmente implausibile. In quei casi, come in questo che era appena successo, si riesce solo a dire «No è che…»

A quel punto mi ha chiamato mio fratello. Mio fratello è un genio, e come tutti i geni ha degli strani modi di fare. Mi ha detto «Dove sei? Io sono sotto casa tua»

Bene, ho detto, compro il tabacco e arrivo eccetera eccetera ma cosa fai lì?

Quando sono arrivato gli ho oferto un caffè e lui ha tirato fuori dallo zaino uno strano marchingegno. Mi ha detto «Oggi non sapevo cosa fare e ho inventato questa, che è una macchina del tempo».

Ho detto «Ah, bello»

Lui «Sì, il problema è che penso funzioni un po’ a cazzo, per ora l’ho testata solo su alcuni pomodori»

Ho detto «È un ottimo sistema, si potrebbero eliminare i congelatori. Cioè tu comperi una bistecca, la spedisci avanti nel tempo fino a giovedì sera, per esempio. Poi giovedì sera torni a casa dal lavoro e la tua bistecca compare di colpo sul tavolo e tu la puoi cucinare, che non è andata a male»

Mio fratello ha risposto che era una buona idea ma lui avrebbe voluto vedere se era possibile usarla sulle persone. Ha detto «Sarebbe una cosa importante. Io se funziona vorrei andare a vedere i Led Zeppelin. Il problema è che ti manda un po’ quando vuole lei. Ho provato a mandare avanti di un paio di giorni i pomodori ma uno è rimasto lì dov’era, ma sembrava un po’ più maturo»

«Quindi è andato indietro nel tempo, e tu lo hai rivisto dopo», ho risposto.

«Esatto! Ora, credo di averla aggiustata, però dovresti farmi da cavia perchè se la uso su di me e mi spedisco per sbaglio a ieri, poi rischio di non ricordarmi più che oggi l’ho inventata, la macchina»

«Ah, cazzo, è vero. Bene, ci sto. Mandami a domani mattina, che per oggi mi sono già divertito abbastanza»

Mio fratello mi ha puntato contro una specie di obbiettivo di una macchina fotografica, collegato alla macchina del tempo. Ha digitato delle cifre. Ha premuto un pulsante.

 

Ho scoperto che le carote al burro, se le cucino io, sono buone. Avevo sempre creduto facessero cagare, invece la colpa era di qualche incompetente che me le aveva cucinate in modo pessimo. Di solito il sistema migliore per imparare a odiare questi cibi è quello di mangiarli nei bar vicino agli uffici, quei bar da pausa pranzo dove ci sono molte persone che indossano la giacca e dicono «Ho una riunione alle quattordici e quarantacinque».

Cazzo.

 

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commenti
  1. ericagazzoldi ha detto:

    Uhm… a proposito dell’inversione di marcia, ho sofferto anch’io di quel tipo di “inibizione” (del tipo “chissà cosa penserà chi mi vede”, ecc.). Ho deciso di mandare l’inibizione a quel paese e voltarmi come mi pare, dato che la strada è di tutti e si ha il diritto di percorrerla nella direzione che si preferisce e pure di cambiarla. 😉 Insomma, mi sono ispirata a Pippi Calzelunghe. Lei, addirittura, camminava all’indietro e, alle domande perplesse, rispondeva: “Non siamo forse in un Paese libero?” xD (Ok, per oggi la finisco coi miei fervorini radicali. Dico solo che mi ha molto consolato il paragrafo sulle scialbe domeniche di coppia… almeno, ora so di non essere l’unica “dolce metà” a dover combattere la pantofolaggine. xD).

  2. malosmannaja ha detto:

    godibile ironia agrodolce. alla fine ho temuto che la macchina del tempo ti proiettasse indietro fino al settecento (dentro i vestiti della mostra)…
    : )
    purtroppo non ho mai mangiato le carote al burro quando potevo (ormai, a meno che non ci metta una pezza tuo fratello, è troppo tardi: sono sposato con tre figli), così mi rimarrà per sempre il dubbio (se siano buone o facciano cagare, o al limite entrambe le opzioni nel caso in cui siano buone, ma anche assai efficaci come lassativo).

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