Per amore, quasi solo per amore

Pubblicato: gennaio 10, 2014 in Racconti
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tunnel

Alice ha i capelli rossi e lunghi e ondulati è stata lei la prima persona che ho visto dopo avere varcato il cancelletto di ingresso ai condomìni bassi e tutti uguali tranne uno più alto e brutto in fondo dove ci sono i garage. Il cancelletto è di ferro dipinto di vernice grigia, anche intorno c’è una recinzione uguale ma è ricoperta di gelsomini che hanno un profumo incredibile e sono la prima cosa che mi fa rendere conto sul serio che la scuola è finita e io sono in vacanza. Mia mamma trascina alcune pesanti valigie, io con uno zainetto da mezzo chilo sulle spalle e in mano un sacchetto con dentro mele e banane mi sento orgoglioso e partecipe di uno sforzo comune. Poi lungo il vialetto che attraversa i condomìni, dove c’è uno spiazzo verde con il prato e due palme, in piedi di fianco alla panchina c’è questa ragazzina che ha i capelli lunghissimi e ondulati e le lentiggini e sta picchiettando una matita su un quaderno con aria assorta. Picchietta il retro della matita, quella parte dove c’è la piccola gomma rotonda rosa, la fa rimbalzare sulla pagina, poi con un movimento rapido la gira e scrive qualcosa, alza gli occhi e mi vede che la sto guardando. È un po’ più alta di me, non che ci voglia molto. Io vorrei salutarla e vorrei avere anch’io una valigia pesante in mano per far vedere almeno per qualche secondo che la porto senza sforzo ma in mano ho solo un sacchetto con la frutta e non so cosa dire, non mi vengono le parole. Mia mamma la saluta al posto mio, dice «Ciao». La ragazzina ci guarda, guarda più che altro me, ma dice «Buongiorno», un po’ sottovoce. Io dico «Ciao» e divento un po’ rosso e accelero il passo perchè ancora vorrei dire qualcosa ma non so cosa dire, non sono timido se rompo il piccolo muro di diffidenza iniziale ma all’inizio inizio sono una frana. L’appartamento è arancione, si trova al primo piano. Ci sono quadri alle pareti, li ha dipinti mia zia, la sorella di mia mamma. Sono quadri con fiori che sfumano nei capelli di una donna, motociclette e altri fiori, gialli viola e arancioni. Il tavolo è rotondo e ha il ripiano di vetro e le gambe di metallo luccicante. Il lampadario è di plastica arancione. Sui ripiani di un mobile ci sono alcuni fumetti, sono i miei, li avevo comperati quando ero stato qui, da piccolo. C’è anche un geco di gomma, mia mamma dice «Te lo ricordi il geco? Era il tuo preferito». A me dà fastidio questa sua decisione arbitraria su cosa fosse il mio gioco preferito, anche perchè adesso sono più grande e il geco di gomma mi sembra solo uno stupido geco di gomma e non mi ispira tutta questa fantasia. Però in un contenitore di terracotta ci sono degli oggetti molto più fighi, un coltellino svizzero, una piccola torcia, una pallina di gomma di quelle che rimbalzano benissimo. Li prendo tutti e li metto in tasca, saranno degli zii o di mio cugino che ogni tanto vengono qui per i fine settimana. Mia mamma mi chiede, «hai fame?»

Dico, voglio le trofie al pesto. Quelle me le ricordo bene, il profumo del basilico che si sente solo qui in liguria, i pinoli, mmm! Mi affaccio al balcone, da qui si vede la piscina di acqua dolce privata dei condomìni, ci sono due donne che prendono il sole sui lettini e un bambino piccolo che nuota con i braccioli. C’è il cartello con scritto in piscina è severamente vietato il gioco della palla. Che palle! Non vedo più la ragazzina con i capelli lunghi e rossi, da alcune finestre aperte di altre case si sentono rumori di pentole e donne che dicono, a tavola!

Le trofie sono buonissime e ne divoro due piatti, mia mamma dice «Hai visto che bella ragazzina? Potresti scendere a giocare con lei». Divento rosso un’altra volta solo al pensiero, mi immagino già di portarla con me a fare delle passeggiate lungo il torrente che scorre qui vicino, o magari addirittura prendere la corriera e andare insieme fino in città, dove c’è il mare e le sale giochi e le gelaterie. Dico, è andata via, lei dice tornerà vedrai. Dopo mangiato mi butto sul divano e leggo una storia dove Paperino incontra Archimede pitagorico che gli regala una macchina del tempo e viaggia nel futuro dove c’è un tiranno cattivissimo che ha schiavizzato tutta la popolazione e li ha messi in una miniera d’oro a scavare e ci sono anch’io nella miniera però riesco a fuggire e entrare nel palazzo che è un’astronave e lì libero la ragazzina dai capelli rossi e riusciamo a scappare con una capsula di salvataggio e atterrare su un pianeta dove ci sono delle piante giganti.

«Fede…

Federico!»

Apro gli occhi, mia mamma all’inizio è una pianta gigante poi è solo di nuovo mia mamma che mi dice «guarda che adesso ci sono i ragazzi in piscina, mettiti il costume e vai»

Come al solito mi faccio mille domande su cosa dirò, su chi sono “i ragazzi”, io che speravo ci fosse solo quella con i capelli rossi, su come chiedergli di stare con loro, ma è facile, appena varcato il cancelletto della piscina uno di loro mi dice «Ehi tu, vieni qui, chi sei?»

Sono in quattro. La ragazzina con i capelli rossi che si chiama Alice, poi c’è Leo che sembra essere il capo, è lui che mi ha chiamato. Poi c’è Pietro, grassottello e con la voce più acuta di quella di una bambina, e Tommy che mi sembra il più simpatico forse perchè mi somiglia e tifa per la Roma come me. Pietro è il più piccolo, Leo lo sta prendendo in giro, lo stuzzica ogni tanto calca un po’ la mano. Pietro non si aiuta, cerca di dire cose che lo mettano in buona luce ma manca il bersaglio e peggiora ulteriormente la situazione, dice «Io ho una piscina più bella di questa, a casa a Como». Leo gli chiede quanto è grande, Pietro dice «Boh, centoventisei metri». Ridiamo tutti, Leo gli dice «Sei un cretino». A un certo punto Pietro tira fuori dallo zaino una maglietta e se la infila dicendo che sua mamma non vuole che lui prenda troppo sole. Ci sono disegnati dei pesci con il suo nome e il segno zodiacale in latino, il risultato è che c’è scritto Pietro pisces. Poi tenta di spiegarci che è un’altra lingua, mentre noi ridiamo e gridiamo piscio piscio Pietro piscio. Ride anche Alice, anche se prova a dire «Dai smettetela poverino» Quando iniziamo a fare i tuffi lei ne fa un paio e poi si sdraia sul bordo della piscina, ci guarda e non ci guarda o fa finta di non guardarci. Noi li facciamo tutti per lei, sperando di fare colpo. Leo ha i muscoli, lui e Tommy fanno il tuffo di testa poi nuotano sott’acqua fino al fondo della piscina e tornano indietro sempre senza emergere a riprendere fiato, Tommy cede prima e a metà si ferma esce con il fiatone, Leo arriva fino in fondo e sbuca dall’acqua scrollando i capelli in modo studiato, dice «Visto?» guardando sempre lei.

Io mi tuffo facendo la verticale sul bordo della piscina, entro un po’ di schiena, quando esco Tommy dice, hai preso la schienata, io dico no no, Leo dice, eh no! Sì! C’è subito questa competizione tra galletti nel pollaio con le gerarchie in fase di definizione, Leo domina, Tommy gli sta un po’ dietro, Pietro è fuori dai giochi, io sono un’incognita dalla pericolosità ancora da valutare, Alice può farci fare quello che vuole.

Pietro non trova niente di meglio da fare che un tuffo a bomba, fa partire un sacco di schizzi, bagna anche una signora che sta prendendo il sole sul lettino. La signora si arrabbia, dice «Adesso basta, se non la smettete vi faccio sbattere fuori». Noi siamo vivi e bellissimi, la signora è una rompicoglioni, ma siamo troppo piccoli per sapere di avere ragione e per protestare e usciamo dall’acqua. Alice dice «Vado a casa a prendere i gelati, chi viene?» Tutti diciamo «Io», lei mi prende per un gomito dice «Viene Federico che è nuovo e non ha mai visto la mia casa»

Leo mi guarda furioso, è sfida aperta. Alla fine del pomeriggio i genitori ci richiamano tutti a fare la doccia e cenare, il papà di Pietro lo viene a prendere, gli chiede se si è divertito, lui dice «Sì». Leo mi dice di aspettare un attimo, rimaniamo da soli, penso che voglia trovare una scusa per picchiarmi, è troppo grosso non ce la posso fare. Invece mi fissa negli occhi e dice «Alice è la mia fidanzata, capito?». Io tengo gli occhi bassi, dico «A-ha». Lui non ha finito. «Ci siamo anche baciati l’altro giorno sulla panchina». Io dico «Ok», lui mi lascia andare, dopo che mi sono allontanato di qualche passo mi grida «Stai attento».

La mattina dopo c’è tempo brutto e non si può andare al mare. Mia mamma mi dà qualche soldo e mi manda al supermercato a comprare dei pomodori e dell’arrosto di maiale, dice «Da piccolo ti piaceva, ti ricordi che facevamo i panini e li mangiavi quando andavamo al parco quello dove c’è il ponte tibetano?» Io me lo ricordo, non era un ponte tibetano era un ponte con le assi di legno ma sospeso con delle catene, mi sembrava enorme e avventurosissimo, probabilmente era alto da terra un metro e un cazzo, ma a quel tempo mi piaceva davvero, mi sembrava di essere Indiana Jones.

Mentre sto tornando a casa con la borsa della spesa incontro Leo e Pietro. Leo mi chiama. Dice «Ieri eri in prova come amico, ma oggi devi fare il test più importante, quello per vedere se sei un fifone o no. Noi non ne vogliamo di fifoni». Penso ecco lo sapevo, dico «io non sono un fifone», senza sapere cosa mi aspetti. Scendiamo nei garage, in fondo c’è un vecchio corridoio che porta a un’unica cantina che evidentemente non ha trovato spazio dove ci sono le altre, c’è poca luce e odore di umido, forse perchè nella notte ha piovuto. A un certo punto vedo un’apertura di circa un metro di diametro, quadrata, chiusa da un pannello di ferro. Leo lo apre con la chiave, dice «È qui che si fa la prova. L’ha fatta anche Pietro, quindi la devi fare anche tu. Qui in questa galleria, a un certo punto c’è un pallone, ce l’ho tirato io. Tu devi entrare e portare indietro il pallone»

Dico «Mi sembra facile». Non mi piace per niente. Pietro ha un brivido, con la sua vocina acuta dice «Sì ma saranno cento metri, poi ci sono le pantegane». Il senso delle misure di Pietro non mi preoccupa, cento metri detti da lui potrebbero essere quattro. Le pantegane mi inquietano leggermente di più. Non voglio farmi vedere spaventato, dico «Tutto qui?», mi accovaccio e entro nella galleria quasi buia.

Dopo qualche metro la visibilità scende quasi a zero, è un posto veramente ansiogeno, so che da dietro mi stanno osservando e non mi volto, ma non capisco quanta strada sto facendo. Cerco di avanzare con cautela per evitare di urtare per sbaglio il pallone e farlo rotolare ancora più lontano, tendo le orecchie per sentire se qualche creatura del buio si stia muovendo vicino a me, temo di sentire degli squittìi. A un certo punto sento un rumore di una cosa metallica che si chiude, e lo scatto di una serratura, e all’improvviso il buio è totale. Mi volto e… mi hanno chiuso dentro! Non ci posso credere, punto verso l’unico spiraglio di flebile luce che i miei occhi riescono a scorgere dopo qualche secondo, torno indietro il più velocemente possibile, raggiungo il pannello di ferro, spingo, cazzo è chiuso davvero. Cerco di non farmi sentire agitato, dico «Dai che scherzo è?» «Oh aprite» Niente. «Dai così non vale non posso vedere niente» «Ooooh!» Niente. Busso. Niente. «Ma siete stronzi?» «Aprite!» Niente. Ho il respiro accelerato e il cuore che batte a mille, cerco di calmarmi, lascio passare qualche secondo, alzo il volume della voce. «Ehiii!!». «Dai cazzo aprite!». Niente. Ho la brutta sensazione che di qui non ci passi nessuno, a parte il padrone di quella cantina se sono fortunato, ma per quanto ne so potrebbe anche essere in vacanza o non scendere per giorni. Aspetto. Ho paura. Razionalmente so che non possono lasciarmi lì, ci sono mille motivi validi non sono in un film horror sono nelle cantine della casa del mare e c’è mia mamma che se non mi vede tornare scatenerà l’inferno, ma ho paura lo stesso, e sento squittire. Non so se me lo immagino, ma lo sento. Provo a gridare ancora, niente. Poi mi ricordo di avere la piccola torcia in tasca, la prendo spero che si accenda… Sì! Improvvisamente ci vedo. Non c’è nessun pallone nel tunnel. Non c’è niente di niente. Avanzo timoroso di incontrare topi o creature mostruose dei tunnel bui ma non c’è nulla, solo questa lunga galleria piena di curve a gomito, sembra non finire mai. A un certo punto mi ritrovo in un vicolo cieco, torno indietro, vedo che la galleria prosegue anche in un’altra direzione di cui non mi ero accorto. Mi sembra di essere lì dentro da ore, poi vedo una luce, un altro pannello uguale a quello dall’altro lato, è socchiuso, esco. Sto per girare l’angolo di uno dei condomìni, sento delle voci, è Alice. Mi fermo e ascolto.

«Non c’è»

«Hai gridato?» dice qualcuno mi sembra Tommy.

«Sì»

«…»

«Tu sei tutto scemo», dice di nuovo Alice.

«Oh era uno scherzo, solo che le chiavi le ho date a mio papà che è amministratore e adesso è in ufficio»

«Tu sei proprio tutto scemo»

«Cosa facciamo adesso?» chiede Pietro.

«Tu stai zitto che sei scemo quanto lui»

Ho sentito abbastanza, giro l’angolo. Sembra che Leo e Pietro vedano un fantasma. Alice corre, grida, Feeedeeee!, corre, mi abraccia, mi bacia una guancia poi l’altra poi il naso, ha le lacrime agli occhi, mi dà un bacio sulle labbra.

Tommy dice «Io non sapevo niente»

Io sono intontito dall’entusiasmo di Alice, il cuore mi batte più forte di prima ma non ho più paura. Faccio l’indifferente, mi riesce benissimo perchè sono ringalluzzito dai baci. Dico «Niente di cosa? Era una prova stupida, comunque. Il pallone non c’era»

Prendo Alice per la mano, le dico «Vieni, mia mamma ti ha invitata per pranzo». Non è vero, ma lei viene, e il resto non conta più niente.

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commenti
  1. ericagazzoldi ha detto:

    La tragicomica epicità dell’adolescenza… 😉

  2. malosmannaja ha detto:

    la voce narrante del ragazzino m’è parsa davvero viva e credibile: magari è un tuo “scritto giovanile”, ma in ogni caso dimostri una godibile versatilità di registro narrativo.
    : )
    la storia invece suona un po’ “già sentita”, anche se si legge con piacere fino in fondo. forse la galleria “altra” offriva l’opportunità di “aprirsi” su realtà, se non”diverse”, magari “altramente” uguali chiudendo il loop in modo più inquietante (non so se mi sono spiegato e se esattamente so cosa voglio dire, quindi, come sempre, non far troppo caso ai miei deliri…)
    : ))

    • alextension ha detto:

      Ciao. Grazie, apprezzo perchè l’ho scritto adesso non da ragazzino e mi sono concentrato proprio sul registro, più che sulla storia che in effetti forse è un po’ quello che è, ma volevo proprio allenarmi sul punto di vista di un bambino!

      • malosmannaja ha detto:

        caro alextension o codepericuriosi o fabrizioromano (o come altro preferisci essere chiamato) ti ho mandato una mail su gmail (buttaci un occhio, magari non fosse una casella di posta che controlli spesso)

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