Luoghi comuni

Pubblicato: luglio 9, 2014 in Uncategorized

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L’ingegner Benazzi aveva appena girato l’angolo quando le ombre si fecero più tenui. Il lastricato era lucido alla fioca luce dei lampioni, la nebbia inumidiva i muri. Era il fiume che usciva dal suo letto in forma rarefatta, giocava con i sensi dei solitari passanti, avvolti nei loro pesanti cappotti. Giocava con il tatto, permeava e appesantiva le punte dei guanti di lana. Con l’olfatto, portando con sé l’odore di caldarroste forse non troppo lontane. Con il gusto e con l’udito non giocava, perchè il suo diletto era giocare con la vista, mandare fuori fuoco il colonnato della piazza deserta, disegnare forme gelide danzanti in un cortile sulla destra e poi sparire e ricomparire altrove, impalpabile e senza foggia.

A un tratto non era più solo, il rumore dei suoi passi era accompagnato da un altro suono, simile e più grave, qualche metro indietro, in avvicinamento lento ma costante. Accelerò. Voleva voltarsi ma per qualche ragione aveva paura a farlo, come se guardare dietro di sè avesse significato ammettere di essere seguito, e come se la accettazione cosciente di quell’idea avesse potuto contribuire a renderla più reale. L’ingegner Benazzi aveva cinquantaquattro anni, tre figlie femmine e una moglie innamoratissima. Lo sognava tutte le notti, gli diceva. Anche lui era molto innamorato. Provò a allungare il passo, iniziava a sentirsi a disagio, il lungoticino era completamente deserto nonostante fossero solo le otto di sera. Non passava neanche una macchina. La nebbia e l’assenza di veicoli a motore facevano pensare alla Londra di fine ottocento, la Londra di Jack lo squartatore. Intanto l’incedere ritmico dietro di lui continuava, sembrava provenire da qualcuno sempre più vicino. L’ingegner Benazzi iniziò a parlare da solo, disse «Adesso Arturo vedi di stare calmo e non comportarti da coglione. Sei uno sportivo, hai fatto anche tre anni di pugilato da giovane, non hai nulla da temere. Sarà qualcuno che ha fretta, stasera si gioca la champions league, sarà un tifoso che vuole arrivare a casa prima dell’inizio della partita e scolarsi una birra in santa pace davati alla televisione. E se dovesse essere uno sbandato che vuole dei soldi… poco male, gli regali cinquanta euro che per te non sono un cazzo e fai anche una buona azione».

Rincuorato da questa idea, Arturo Benazzi sentì una mano che da dietro si appoggiava sulla sua spalla e si cagò addosso in meno di un secondo.

«Che schifo», disse l’assassino. «Un minimo di dignità»

L’ingegner Benazzi non riusciva a muoversi, sentiva il prodotto del suo intestino che gli colava giù lungo le gambe e gli sembrava di essere paralizzato. Riuscì a chiedere «C-cosa vuole?». L’assassino, senza togliere la mano dalla spalla dell’ingegnere, rispose «Mah, guardi, io non voglio niente, cioè in questo momento l’idea sarebbe quella di andare a vedere la partita prima che inizi, quindi non mi faccia perdere troppo tempo, che la devo ammazzare» Il mondo sembrò fermarsi, l’assassino con le dita schiacciò il collo dell’ingegner Benazzi in un punto di quelli dove se schiacci bene la tua vittima muore, e con un prodigioso movimento scagliò quello che ormai era un cadavere nel centro del fiume, a trenta metri di distanza. Poi si allontanò, scuotendo la testa e pensando ma guarda te che mestiere del cazzo.

Finalmente l’assassino giunse all’osteria, qualche minuto prima del fischio d’inizio della partita. L’atmosfera era allegra, c’era uno schermo per chi voleva seguire gli sviluppi del match ma c’era anche musica, tanti giovani universitari bevevano e brindavano alle loro vite spensierate, due uomini appena fuori dall’uscio fumavano e si lamentavano del governo, ai tavolini qualcuno giocava a scacchi, o a carte. Era un ambiente piacevole, gioviale, l’assassino cercò di scrollarsi di dosso l’odore della paura dell’ingegner Benazzi, che si sentiva ancora appiccicato come della sambuca sui capelli. Non so se vi hanno mai rovesciato della sambuca sui capelli, se volete andare in giro pettinati come i Sex Pistols potreste sperimentare questo sistema.

Al bancone, l’oste stava chiacchierando con un cliente, un tipo alto e magro con i baffi. Più che altro era l’oste a parlare, si faceva le domande e rispondeva da solo, concludendo le frasi con «o no?», rivolto al tipo che annuiva sempre allo stesso modo, e ogni tanto colto da un’impeto di comunicatività, sempre per i suoi standard, emetteva uno o due grugniti di approvazione. Appena lo videro arrivare l’oste si illuminò, sorridendo gli offrì subito un bicchiere di vino, non voleva saperne di accettare il denaro. «Flavio!», esclamò giulivo. «Finalmente un’altra persona seria! Non ne potevamo più io e il Gilardi di essere circondati da questi studentelli. O no?». «Mmgr», bofonchiò il Gilardi con aria di approvazione. «Stavamo giusto parlando, io e il Gilardi qui, dei libri di Carlos Castaneda. Hai mai letto qualcosa?»

«Non so, non mi pare», rispose Flavio, (questo era appunto il nome dell’assassino) voltandosi distratto verso lo schermo per vedere il calcio d’inizio della partita. L’oste continuò, «In particolare mi riferivo a “L’arte di sognare”. Perché in queste notti mi è capitato di fare dei sogni stranissimi…»

Flavio staccò rapidamente gli occhi dallo schermo, si voltò in modo brusco, disse «No eh?»

«No ma lascia che ti racconti»

«No! Senti, parlami di tutto quel cazzo che ti pare, pure delle tue pratiche onanistiche se vuoi, ma ti chiedo solo una cosa. Una. Non parlarmi di sogni. Anzi, scusami ma vado fuori a fumarmi una sigaretta, ci vediamo dopo». E così dicendo, Flavio uscì dal locale.

L’oste sollevò le sopracciglia e il labbro inferiore, in un’espressione di stupore estremo.

Il Gilardi questa volta scosse la testa, poi finalmente parlò. Per la cronaca, disse «Certo che la gente qui non ci sta proprio più dentro».

Qualche giorno prima.

A Flavio l’inferno, tutto sommato, piaceva. Intanto era pieno di figa. E di personaggi interessanti. Flavio amava trascorrere interi pomeriggi al Cratere, ridente trattoria dotata di una terrazza affacciata appunto su un cratere pieno di lava incandescente, in compagnia di Angiolo Festa, brigante calabrese vissuto nel diciottesimo secolo e dotato di un raffinato umorismo, e di Giacomo Leopardi. Proprio quel Giacomo Leopardi, finito all’inferno per essersi ammazzato di seghe in modo considerato eccessivo da chi giudicava la sorte dei defunti. Insieme discutevano un po’ di tutto, libri, filosofia, donne. Tutti e tre, bevendo dell’ottimo vino e mangiando come dei maiali, benedicevano la fortuna di non essere finiti in paradiso, luogo che i diavoli postini raccontavano essere di una pallosità disarmante. Certo, era meglio essere arrivati all’inferno per motivi futili, chi si era macchiato di peccati gravi non se la passava tanto bene: gli stupratori per esempio dormivano in camerate da quaranta e di giorno erano costretti a passare tutto il tempo con diavoli punitori che gli infilavano forconi roventi nel culo e gli tagliavano l’uccello che ogni giorno ricresceva, ma si può dire che se lo meritavano. Chi aveva commesso peccati non gravissimi, come Flavio, disponeva di una certa libertà, aveva un alloggio piccolo ma confortevole, era solo costretto a lavorare, e questo spesso doveva farlo sulla terra. Naturalmente c’erano anche alcuni problemi. La burocrazia in primis, e negli ultimi tempi un forte rischio di sovraffollamento, visto che la gente continuava a crepare e in paradiso non ci finiva quasi nessuno. Per scongiurare questo rischio erano nate enormi discussioni, per le vie, le piazze e i fiumi di lava non si parlava quasi d’altro. Finchè un bel giorno Giulio Cesare, che come è facile intuire godeva di una certa considerazione nei corridoi del potere, aveva avuto un’idea.

«Perchè finiscono tutti qui?», aveva chiesto a un gruppo di gerarchi.

«Non saprei. Cioè, sì, perché non sanno controllarsi: rubano, uccidono…» aveva risposto Pol Pot.

«Eh, proprio te parli», era intervenuto Giovanni Senzaterra. «Io lo so: perché sono stupidi. Pensate che ieri è arrivato qui uno morto dissanguato perché aveva infilato il cazzo in un aspirapolvere, è svenuto e cadendo ha picchiato la testa contro lo sportello del forno che aveva aperto due secondi prima per far raffreddare la peperonata»

Giulio Cesare aveva ripreso la parola. «Cazzo, poteva almeno mangiare, prima. Comunque, hai centrato il punto. Sono stupidi. E noi cosa possiamo fare per renderli più intelligenti? Intervenire. Dobbiamo intervenire sulla terra, diffondere cultura, togliere le idee del cazzo dalla testa delle persone, farli studiare, farli ragionare!»

Luigi sedicesimo era perplesso. «Ma poi», aveva detto «Se vanno in paradiso si annoiano a morte» Queso doppio senso, il fatto che erano già morti e si potessero annoiare a morte lo obbligò a fermarsi e ridere, dicendo «ahahaha morti, a morte, eeh? Figata, ahahaha». Gli altri erano sbigottiti, Pol Pot aveva tirato fuori un mitra per sbudellarlo, cosa che non aveva grandi effetti a lungo termine ma al momento faceva male. Luigi si era ripreso. «Dicevo, se diventano furbi cercheranno di venire ancora di più all’inferno, no?»

Giulio Cesare lo aveva guardato disperato. Chi glielo aveva mandato, si era domandato. «Luigi», aveva detto. «Sei sempre stato un brav’uomo ma non hai mai capito un cazzo. Loro sono vivi, non lo sanno che l’inferno è meglio, sono migliaia di anni che tutti gli raccontano che è un pacco ma loro ci finiscono lo stesso! E noi non andremo certo a sipegargli che qui ci si diverte abbastanza e invece in paradiso ci si fa due palle così, li renderemo solo più furbi per cose che riguardano la loro vita terrena. Lo so, è un inganno, ma sticazzi non ce li metti?» (pare che sticazzi fosse già espressione latina prima ancora che romana)

Tutti erano d’accordo. Nel periodo successivo la elefantesca macchina amministrativa infernale si era messa all’opera per creare nuove divisioni di lavoratori, di addetti, segretari, direttori del personale, dopo qualche mese erano stati inaugurati questi enti per l’intelligenza e la cultura, con alcuni dei satanassi più influenti a tagliare nastri e bere champagne a fiumi. Erano passati quattro anni da allora, e a dirla tutta non si vedevano grandi risultati. I soliti problemi burocratici, gente messa in posizioni importanti senza avere i meriti e le carte per farlo, un mezzo disastro. Anche gli enti stessi in molti casi erano quasi inutili. Flavio era stato assegnato all’ente per l’abbattimento dei luoghi comuni. Quel giorno distribuivano i premi aziendali e le eventuali promozioni, a seconda di come si erano comportati durante l’anno.

«Non sarà utilissimo ma è un mestiere edificante», disse Giacomo Leopardi mentre divorava un’impepata di cozze al Cratere, facendo dei versi orrendi mentre risucchiava i mitili e il loro sugo. «Le persone hanno perso la capacità di esprimere opinioni proprie, ragionano seguendo questi luoghi comuni, e Flavio deve intervenire, sfatarli, e convincere in questo modo i soggetti a sviluppare ragionamenti individuali e originali. Ci sta.»

«Sì Giacomo, tu la fai facile. È vero, eh? Ma a volte è inutile come pittare gli schogli», rispose Angiolo Festa. Ogni tanto gli usciva ancora l’accento di Catanzaro. «E poi dipende dalle mansioni che ti assegnano. Voglio dire, il gruppo a cui hanno dato il compito di ricreare le mezze stagioni ha una sfida meravigliosa, infatti ci sono dentro delle menti pazzesche, tipo Nikola Tesla per farti un nome. Bello, eh? Ma per ora non hanno ottenuto molto. Ma pensa a chi sono capitati luoghi comuni tipo “le persone grasse sono più simpatiche”, e devono andare in giro sulla terra a fare i ciccioni odiosi, sette giorni su sette con un cazzo di weekend libero al mese. Perchè gli orari sono quelli, siamo all’inferno, non è che sono tutti dei privilegiati come te che non fai un cazzo dalla mattina alla sera. Che poi un giorno mi spiegherai come fai. Comunque, lo sai com’è Flavio. È un pigro cronico e non ha le conoscenze giuste, vedrai che quest’anno con la riassegnazione delle mansioni gli andrà peggio ancora dell’anno scorso. E dire che era partito bene, all’inizio»

«Cosa doveva fare?» chiese un tizio del girone dei curiosi, che aveva ascoltato il discorso e conosceva Flavio di vista.

«All’inizio gli era capitato “Venezia è bella ma non ci vivrei”. Cazzo, doveva fare l’agente immobiliare a Venezia, un culo pazzesco. Niente stava al bar tutto il giorno a bere, ha venduto tre case in due anni, alla fine lo hanno declassato. Quindi l’anno scorso che gli danno? “I cornuti sono sempre gli ultimi a saperlo”! Semplice, noioso e antipatico. Doveva andare da una moglie o da un marito cornuto e sputtanare il consorte fedifrago. Cosa fa Flavio? Si scopa tutte le mogli cornificate e oltretutto lo racconta ai suoi amici al bar. Un fallimento totale. Vedrete, appena arriva sarà incazzato come una iena, ma se le cerca le cose, è inutile che si lamenti, poi»

Infatti di lì a poco videro arrivare Flavio, paonazzo in volto, che gridava e bestemmiava prendendo a calci una lattina con ira. Si sedette, li guardò e disse «Lo sapevo!». Ansimava come un cane idrofobo. Tutti lo guardavano in silenzio. «Lo volete sapere cosa mi hanno dato? “Sognare che muori ti allunga la vita”, cazzo! Devo andare da quelli che la madre o la sorella o la moglie o l’amico o chi cazzo volete hanno sognato che motrivano, gli hanno detto «eh ma dai, allunga la vita!», e io li devo ammazzare! Ma si può avere un lavoro così di merda?». Così dicendo tirò un pugno sul tavolo che fece saltare in aria le poche cozze rimaste nella zuppiera di Giacomo Leopardi.

«Consolati, amico». La voce proveniva da un tizio seduto a un tavolo vicino al loro, che stava mangiando un pollo con l’aria di chi stesse affrontando l’ultima cena. «Lo sai cos’è capitato a me? Tra un paio d’ore vengono a prendermi, mi portano alla macchina del tempo e mi spediscono nel 1937».

Questa era una cosa strana. «E come mai?», chiese il tizio del girone dei curiosi.

«Mi è capitato “Ai tempi del duce i treni arrivavano in orario”. Quindi dovrò andare nel 1937 e sdraiarmi sui binari per far ritardare i treni. Tutti i santi giorni».

«Oddio, mi dispiace», disse Flavio.

«Anche a me, signori, anche a me. Ma non facciamoci prendere dalla tristezza. La morte va avanti, brindiamo!», disse il tipo, alzando stoicamente il bicchiere.

 

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commenti
  1. Milena ha detto:

    È spettacolare!

  2. Valentina ha detto:

    Bello! Decisamente! facciamo progressi. Complimenti:)

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