Dove vai in vacanza?

Pubblicato: agosto 4, 2014 in Dialoghi, Racconti
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Le dieci regole che gli italiani seguono nel scegliere la propria destinazione per le vacanze. Cosa cercano, cosa vogliono, cosa evitano, dai single incalliti alle famiglie con prole. Scopri quali sono!

«È un articolo, dettagliato. Vuoi saperle?», mi chiede Giorgio. «Ma chissenefrega», rispondo stizzito, mentre mi accorgo che un tizio ubriaco è rotolato sul bancone del bar fino a urtare e rovesciare la mia grappa e ora si sta vomitando sulle scarpe appena fuori dall’ingresso del locale. Non mi sembra il caso di andarmi a lamentare. A un tratto si avvicina uno spilungone sulla trentina con addosso una maglietta con scritto “I love milf”. Dice «Bella Giorgio!», e gli dà la mano in tre o quattro modi diversi. Giorgio chiede «Vi conoscete?», sto per rispondere di no ma il tizio mi anticipa, dice «Sì, di vista». «Sì, però non mi ricordo il tuo nome, sai lavorando in un locale parlo con un sacco di gente», rispondo. «Giusto», dice lui. «Comunque, io sono Alfredo, piacere». «Fabrizio», replico. Alfredo dice «Benissimo! Io sono Alfredo e tu sei Fabrizio». Lo guardo piuttosto male, se ne accorge, dice «Uh! Sì, sembra un po’ strano, è una formula e serve per ricordare i nomi quando ti presentano qualcuno. L’ho imparata a un corso di enhancement sociale che ho seguito a Milano due settimane fa» A questo punto vi sarete accorti che la prima frase sulle dieci regole era una trappola per farvi leggere qualcos’altro, visto che va molto di moda questa storia dei dieci motivi per cui, le venti cose che, eccetera. Già che ci sono vi chiederei di fare un bel “condividi l’articolo”, che a me fa sempre comodo e a voi non costa niente. Oggi dimostro di avere un po’ la faccia come il culo, ma ogni tanto ci sta. Anche Giorgio è in fissa con le dieci regole. Chiede a Alfredo «E tu le vuoi sapere?». Nel frattempo un altro individuo si unisce alla conversazione. Questo lo conosco, è Samuele, un personaggio di secondo piano, uno di quelli che ogni tanto incontri in giro la sera e dopo venti secondi hai esaurito ogni spunto di conversazione. Anche lui all’arrivo si sente in dovere di fare una specie di danza per salutare i presenti. Prima dà la mano normalmente, poi la gira con la stretta di pollice, poi fa il pugno che si deve colpire frontalmente, poi se lo batte sul cuore e finisce il valzer con un gesto a pollice in alto alla Fonzie. Secondo il suo punto di vista chi lo saluta dovrebbe avere imparato questa serie di mosse a scuola, nell’ora di educazione civica, o vedendo qualche video di rapper americani degli anni novanta, perché se uno sbaglia lui lo guarda male e si lamenta, dice «Ma noo, si fa così», costringendolo a ricominciare da capo. Per evitare l’assurda pantomima rubo al volo una coppa del nonno dal frigo dei gelati e inizio a mangiarla prima che tocchi a me subire questa tortura. Alfredo sta dicendo «Alfredo, piacere». Il tizio sostiene di chiamarsi Lorenzo. Naturalmente Alfredo non perde tempo. «Benissimo! Io sono Alfredo e tu sei Lorenzo», chiosa. Lorenzo non lo guarda male come il sottoscritto, in compenso inizia a tentare di insegnargli il saluto in cinque o sei mosse, che Alfredo impara subito, evidentemente è abituato. Giorgio continua a essere interessato alle vacanze, chiede «Oh, zio, te invece dove vai in ferie?», rivolgendosi a Lorenzo. Il tipo che vomitava rientra barcollando nel bar, mi rovescia la seconda grappa che avevo temporaneamente lasciato sul bancone per mangiare il gelato, e sviene. Inizio a innervosirmi. Lorenzo dice «vado a Londra». Giorgio si esalta «Ehi, lui va a Bristol», mi indica. Lorenzo fa un altro paio di mosse incomprensibili che nel linguaggio non verbale forse significano bella storia, perché mi dice «Figata, zio oh lasciami il numero che magari ci becchiamo». Lo zio in questo caso sono io. Questa sera mi tocca guardare male un sacco di gente. Dico «Senti, tu dove abiti?» «A Pavia», fa quello. «Allora», riprendo, «ci siamo mai messi d’accordo per uscire o fare qualcosa insieme io e te?». «No, non mi pare ecco». Inizia ad avere uno sguardo perplesso. Io lo incalzo «Ci sarà un motivo, no? E allora mi spieghi perché, andando in due citta che stanno a centosettanta chilometri di distanza dovremmo beccarci, quando non lo facciamo qui?» Il tizio è completamente basito, io sono un treno in corsa. «Anzi, te lo spiego meglio: ma sì dai becchiamoci, tra l’altro visto che andiamo verso nord e c’è l’amministratore del mio condominio che sarà in vacanza a Oslo, pensavo di passare un attimo a trovare anche lui, no? Che ne pensi?» Lorenzo ci resta male, forse sono stato troppo antipatico. «Dai, scherzavo», dico per stemperare. «Con chi vai?»

«Con Alessia F. e due altre nostre amiche»

Domando «Alessia F. QUELL’Alessia F. quell’incredibile fig.. ehm quella tua amica mora??»

«Sì», risponde lui.

«Ma non va con il suo ragazzo?»

«Si sono lasciati il mese scorso»

«Ah. No perché io vado con Miki e Simone ma sono tre settimane che gli dico che Bristol è una merda e Londra è molto ma molto meglio, sei d’accordo, no? Senti fa una cosa tu il numero lasciamelo va, che se cambiamo idea…»

La coerenza, prima di tutto.

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