Troppo amici

Pubblicato: ottobre 21, 2014 in Racconti
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frida

Oggi.

«Mi invita fuori è tutto carino, garbato, ha una galanteria particolare, di quelle che ti fanno venire già un po’ il dubbio che siano tecniche di abbaglio da primi appuntamenti destinate a sparire e a rivelare un materiale completamente diverso. Poi si mette in trappola da solo, mi dice sei così speciale che mi fai perdere completamente la testa, farei di tutto per te, lascerei anche la famiglia. A quel punto gli faccio notare che è single», racconta lei.
Lo capisco, il tizio, è una che può far perdere la testa. Peccato per me che io e lei siamo troppo amici. Non che la cosa a mio modo di vedere costituisca un ostacolo così insormontabile, per lei però sembra di sì, o almeno si impegna a farmi credere che il problema tra di noi sia quello. Fa niente, forse siamo troppo amici davvero, lascio perdere certe idee e mi godo la serata e la chiacchierata, la stuzzico, dico «Vedi Clara hai questa tendenza dispersiva a affrontare le questioni cogliendo aspetti del tutto marginali, ti aggrappi a dettagli insignificanti quando poi il nucleo rilevante della situazione sta da un’altra parte. La sua era una dichiarazione, se questo tizio già non ti andava potevi rispondergli in modo anche più diretto. Voi donne finite sempre con il girare intorno alle cose». L’ultima frase è volutamente provocatoria. Infatti. «A parte il fatto che stai parlando con me e non con una rappresentanza sindacale di categoria». Lo sapevo che avrebbe reagito così, sorrido osservandola mentre si fomenta. «ma ti pare che uno cerchi di conquistarmi dicendo una frase del tutto priva di senso, oltretutto ipotizzando un comportamento vile come il lasciare una famiglia per una che hai visto due volte? È veramente un imbecille». Ha ragione, io mi sto solo divertendo a darle contro. «A proposito», riprende «Ti ricordi quegli orecchini che ho dimenticato da te quella volta che mi hai ospitata a dormire?» Certo che me li ricordo, li ho visti non più tardi di quattro giorni fa. «Se ti do dieci euro me li vendi?», chiedo. Mi guarda con gli occhi un po’ sgranati, forse le devo una spiegazione.

Quattro giorni prima.

Enrico guida con lentezza, ha quel modo di condurre la vettura tipico di chi è in anticipo. In realtà non sa se io abbia o meno da fare, siamo stati a trovare i nostri genitori. Mi chiede «Domenica andiamo a vedere la partita?»
«Mi vedo con una», dico.
«Una nuova?»
Mi sembra di cogliere un’intonazione allusoria alla mia scarsa fortuna nel creare relazioni stabili, al mio essere dissonante rispetto alla sua vita di capo famiglia italiano perfettamente in linea con quello che la società si aspetta da te. Gli voglio bene lo stesso, anche se quando fa così mi fa incazzare.
«No!» dico, fingendo un particolare entusiasmo da condividere con lui, come per dirgli sorpresa, ho messo la testa a posto anch’io! Infatti mi guarda felice, ringalluzzito, per l’entusiasmo ingrana addirittura la terza e supera i cinquanta all’ora nella statale deserta. «È Alessandra», concludo. Non è più felice. «Alessandra», ripete, assumendo uno sguardo liquido e inespressivo. Ha ragione lui stavolta, vado sulla difensiva. «Senti non è che per il fatto che sei mio fratello devi arrogarti il ruolo di giudice tutte le volte che vedo una donna»
«Daniele», dice. Gli cascherebbero le braccia ma non può, sta di nuovo cercando di sperimentare se un’automobile può andare in stallo. «Se ti ricordi bene sei tu che al massimo tre settimane fa mi hai detto mi è bastata una volta, è impiegata alle poste, sbaglia i congiuntivi e ha la figa che sa di cacciucco». L’ho detto, e me lo ricordo bene. Perchè l’ho invitata di nuovo a cena? Una seconda possibilità? Un errore consapevole? Non lo so nemmeno io. Un trattore ci supera, l’intero quadro mette una certa tristezza.

Domenica.

È arrivata con dieci minuti di anticipo. Sarebbe anche bella, mi fa vedere un autoscatto che ha pubblicato su facebook, dice «Vedi? Ho settantadue like», poi mi racconta una storia piuttosto dettagliata sul modo di vestirsi osceno di una sua capa. Servo in tavola, con una certa dose di ironia che colgo solo io ho fatto il cacciucco. Mi racconta di un suo collega, a quanto pare un maiale schifoso perché ha provato a invitarla a uscire a bere qualcosa. Dice «Gli ho detto oooh, ma sei scemo? Io mica ci vengo con te» Sostiene che il maiale schifoso probabilmente avrebbe anche voluto scopare. Ma pensa un po’. A sentirla parlare provo le stesse travolgenti emozioni di quando sono in coda al supermercato. Dopo dieci minuti mi sta praticamente strappando i pantaloni di dosso, per qualche ragione io non dovrei essere stato catalogato come porco schifoso. Indossa un perizoma con stampata la faccia di Frida Kahlo, con tanto di baffetti, non mi sembra una cosa normale. Dico «È Frida Kahlo!».
Mi risponde «Chi? Ah, lì sotto, boh me le ha regalate il mio ex» Finisco quello che abbiamo iniziato per educazione, pensando ad altro, alla partita, a mio fratello che non aveva torto e a cosa gli racconterò, a una che mi piace sul serio ma che non riesco a convincere a uscire con me. Mi chiede «Ma ti piaccio?» A questa domanda mento spudoratamente. «Allora magari possiamo iniziare a vederci più spesso», conclude. Ora mento in modo più subdolo, la butto sulla confusione, dico «Ma sì, vediamo un po’ come si mettono le cose, sai frequentare una donna in modo stutturato richiede una valutazione attenta, devo capire se posso essere abbastanza presente, capisci?». «Sì, certo», risponde. Non ha capito. Poi ci stiamo rivestendo, mi chiede «Senti, l’altra volta ho dimenticato degli orecchini, ti ricordi?» Mi pare di sì, li avevo buttati in un vaso. «No ci tengo perché sono in ametista» Che cazzo è l’ametista? Guardo nel vaso, ci sono due paia di orecchini. Ahia. Uno più rossiccio, uno più violetto. Mi rifaccio la domanda, che cazzo è l’ametista? È più rossa o più violetta? Vado a caso. Rossa. «Sono… questi?», chiedo. Cambia improvvisamente espressione, lo sguardo diventa vitreo. Mi sa che ho sbagliato. «Ah, allora sono questi!», esclamo contento e sicuro di me.

Lunedì mattina.

“Senti ci ho pensato, mi piace un altro, è meglio se tra di noi finisce qui. Alessandra». Leggo due o tre volte l’sms, mi sento leggero come una piuma.

Oggi.

Clara mi guarda, dice «Ho capito, va, mi sa che te li regalo. Però mi offri un bicchiere di vino». Che donna, peccato che siamo troppo amici.

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commenti
  1. Katy Longo ha detto:

    “cazzo,siamo troppo amici! ”
    …..citazioni auliche 🙂

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