Il Buongiorno

Pubblicato: marzo 22, 2016 in Racconti
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Il buongiorno

«Ah, come odio i nomi!» Michele Russo con il pollice faceva scorrere lo schermo del telefono della sua ragazza, Camilla, collegato a un sito di nomi propri per bambini maschi – Italia. La sua ossessione era trovare un nome al loro figlio nascituro per il quale fossero ancora disponibili, in internet, i domini punto com e punto it, e comprarli. «Potremmo chiamarlo Levriero. O Insalato. Insalato Russo, eh? Ma mi spieghi come cazzo faccio a chiamare un figlio che ne so, Filippo?» Camilla, con una pancia notevole da gravidanza agli sgoccioli cercava qualcosa da cucinare per la cena. «Ci sono i tortellini al prosciutto crudo. Li vuoi?». Lui non era molto interessato al cibo. Con una mano giocava con il telefono, e con l’altra si puliva in mezzo alle dita dei piedi, lanciando dei pallini neri sul tappeto. La giornata era iniziata piuttosto male. Niente di particolarmente significativo, ma una serie di piccoli episodi che una mente vigile leggerebbe come segnali con su scritto “Oggi è meglio se non fai niente, torna a casa e vai a dormire”. Qualcuno gli aveva sgonfiato per scherzo la gomma della bicicletta, aveva perso tempo a cercare la pompa quindi era arrivato in ritardo in banca per depositare un migliaio di euro che teneva in cucina in una scatola di metallo con scritto Krumiri di Casale monferrato, sotto a dei veri biscotti. Lo sportello per i versamenti automatici era temporaneamente indisponibile per intervento dell’operatore. Venti minuti dopo, lo sportello per i versamenti automatici era ancora temporaneamente indisponibile per intervento dell’operatore. Michele Russo si era rotto il cazzo di aspettare e si era diretto al negozio di telefonia per comprarsi un cellulare nuovo, visto che gli avevano rubato quello vecchio. «Abbiamo finito le sim». La commessa lo aveva liquidato con questa frase, e poi un generico torni mercoledì o giovedì in questo periodo è un disastro.

Michele si annusò la mano, poi riprese a parlare. «Ma che cosa vuol dire Filippo? Poi cerco in internet Filippo Russo e mi saltano fuori centoventimila risultati. Filippo Russo, quarta A ragioneria, ITC Antonio Pacinotti, Pisa. Filippo Russo, detto Hamsik, trasporti nazionali e internazionali, Napoli. Ing. Filippo Russo, via Verdi, Potenza. (Vedi profilo su linkedin). A parte che io un figlio non lo chiamerei mai Filippo, sembra un nome tipo da piccolo principe Filippo. Com’è che si chiamava quello che hanno fatto fuori a Sarajevo, che poi è scoppiata la seconda guerra mondiale? Filippo, no?» Camilla lo guardò storto ma quasi in modo distratto, per la serie sto insieme a un ignorante ma ormai me ne sono fatta una ragione. «Francesco Ferdinando. Comunque era la prima, di guerra mondiale, non la seconda» «Eh, va be, Filippo, Ferdinando, più o meno è la stessa cosa. Ma guarda qua, solo a Napoli città ci sono duemilacentodieci famiglie che si chiamano Russo, e ripeto famiglie, non singoli individui, fa-mi-glie. Ma mi dici che probabilità ho di trovare un nome che non ci faccia andare in giro con un figlio che ha una quantità di omonimi che riempirebbe una palestra? Tuo fratello sì che è fortunato» «No, mio fratello è un deficiente, e quel povero bambino di mio nipote quando andrà a scuola vedrai come inizieranno a prenderlo per il culo. Aniello Ajello. È proprio una cosa tipica di mio fratello. E mia cognata io non capisco come lo lasci fare. Non gli dice una parola, tutto quello che dice lui è oro colato» Camilla stava per aprire la scatola di tortellini, poi guardò il retro della confezione. «Scadono fra una settimana, sono da far andare. Ma mi spieghi cosa vuol dire questa cosa? C’è scritto “possono contenere tracce di noci, crostacei, pesce, sedano” Cioè io potrei trovare tracce di pesce nei tortellini al prosciutto crudo? Ma ti pare?» Michele decise che il piede sinistro era stato pulito a sufficienza e passò a lavorarsi il destro, grattando con l’unghia uno strato di fanghiglia nera secca, vicino all’alluce. «Eh, mettono le mani avanti. Le multinazionali, lo sai come allevano i polli? Nelle gabbie tutte minuscole migliaia di polli che mangiano…» Camilla non gli lasciò terminare la frase. «…i loro stessi escrementi, sì d’accordo, ma perché dovrei trovare del pesce? A parte che il prosciutto è di maiale e non è di pollo, vuoi dire che anche i maiali…» Michele si era distratto, ora sembrava che avesse avuto un’idea incredibile, era tutto gasato. «Lo chiamiamo Italo! Italo Russo! Così sembra che abbia la doppia nazionalità! I maiali cosa?» «Ma no niente lascia stare, senti io metto l’acqua a bollire che con questa mania di cenare tardi finiamo sempre a ore impossibili, io sono stanca, Michele, cioè siamo proprio lì lì», disse accarezzandosi il pancione.

Michele si mise a apparecchiare la tavola con le mani sporche di piedi, mentre Camilla preparava la cena. Intanto ne approfittò per stappare una bottiglia di Greco di Tufo, e se ne scolò un bicchiere in un sorso. A un certo punto disse «Zitta un attimo». Camilla lo guardò con aria interrogativa. «Sssht», disse ancora lui. Si era abbassato, avanzava lentamente con le gambe piegate e la schiena curva, si avvicinò alla libreria, poi andò oltre, poco più in là si arrestò fissando un punto sul muro. «Eccola, la puttana!», disse.

«Chi?»

«La maiala schifosa. La zanzara»

«Come la zanzara? A marzo? Oh Michele falla fuori che sono pericolose» Era agitata, non riusciva a stare ferma. «E stai zitta che se fai casino questa scappa!» Michele prese un libro dalla libreria, caricò il colpo, e la mancò di un soffio, sbagliando proprio mira. Il libro si stampò sul muro, mentre la zanzara se ne volò via placidamente confondendosi con i colori della stanza.

«Oh ma sei handicappato forte!»

«Ma dammi una mano invece di lamentarti. Dov’è?»

La sala era ricca di oggetti colorati, di quadri, di tende. Tra il rosso e l’arancione, il giallo, altre tinte più scure, era difficile individuare l’insetto. Finalmente Camilla riprese a animarsi. «Là! Là! Sul soffitto!»

Michele corse nello sgabuzzino a prendere la scala, la sistemò in corrispondenza di dove si era appollaiato l’insetto, che un paio di secondi dopo volò via, riprendendo la sua peregrinazione.

«Merda!» gridò lui, che iniziava a perdere la pazienza. «Ho bisogno di un coadiuvante», aggiunse, e fece fuori un altro bicchiere di vino senza neanche respirare. Camilla invece stava entrando in una fase di panico totale. «Comunque io devo andare, l’ho vista quando si è posata sul muro, aveva le macchie bianche sulle zampe, è una aedes aegypti. Può trasmettere lo zika, la febbre gialla e il dengue. Michele io vado in bagno, qua se mi punge rischiamo che ci nasca il figlio scemo». Nel frattempo Michele aveva visto la zanzara entrare nell’armadietto pensile dove tenevano salse e attrezzi per la cucina, e aveva iniziato a prenderlo a pugni nella speranza di disturbare la zanzara e farla uscire. Da un appartamento vicino arrivarono dei colpi sul muro, qualcuno gridò «Basta! smettetela di fare casino!» Michele rispose urlando un bel «Vaffanculo!» a pieni polmoni, che forse fu ciò che convinse la zanzara a uscire dal suo nascondiglio e a riprendere a svolazzare per la stanza. Lui cercò di seguirla con lo sguardo, ma era impossibile: ogni volta che quella se ne andava in una zona dove lo sfondo era scuro, lui la perdeva di vista. Finalmente riuscì a indivuiduarla di nuovo. Era sul soffitto, ma sopra al frigorifero. Era impossibile arrivarci con la scala, bisognava salire in piedi sul mobile della cucina. Michele si arrampicò, sempre con il libro in mano. Nel compiere l’ultimo passettino di aggiustamento non si accorse che il ripiano era rimasto sporco di olio dopo che Camilla, a mezzogiorno, aveva preparato una cernia alla ligure. Appena calpestò la chiazza unta il suo piede partì come il disco del curling centrando in pieno la pentola piena d’acqua bollente, dove sarebbero dovuti cuocere i tortellini, facendola volare in mezzo alla stanza. Michele andò giù di conseguenza, e riuscì a ustionarsi il ginocchio contro il fornello e a prendersi una storta micidiale restando con il piede incastrato nel lavandino prima di rovinare del tutto a terra, per fortuna almeno riuscì a non cascare sull’acqua bollente con cui aveva allagato mezzo pavimento.

«Ma cosa stai facendo di là?», gridò Camilla dal bagno

«Niente», Michele zoppicava in modo abbastanza vistoso e sul suo ginocchio destro aveva iniziato da subito a gonfiarsi una vescica grossa come una noce. Guardò di nuovo sopra al frigorifero, la zanzara non c’era più. Dall’appartamento vicino arrivarono nuove lamentele. «Allora, la finiamo?», gridarono.

Poi, finalmente, eccola. La porta-finestra a vetri che affacciava sul balcone aveva un bel battente centrale grosso e bianco. Lei era là, immobile sulle sue zampe nere con le macchie bianche, pronta per essere giustiziata. Michele decise di armarsi con estrema attenzione, questa volta scelse il libro che gli sembrava più adatto. Prese It di Stephen King. Milletrecentoquarantaquattro pagine, doveva pesare almeno due chili. Avrebbe spiaccicato la zanzara cancellandola dalla faccia della terra. Michele non voleva far rumore, la zanzara non doveva accorgersi del suo arrivo. Si avvicinò con la pazienza di un monaco zen, il ginocchio e la caviglia gli facevano un male bestiale. All’improvviso il suo braccio scattò, e fece partire una bordata tale che polverizzò letteralmente la zanzara. La mira non fu però proprio del tutto pecisa, infatti con un angolo del libro colpì il vetro della porta finestra facendolo esplodere, procurandosi una serie di squarci nella mano e mozzandosi almeno un paio di tendini. A causa del male all’inizio non riuscì nemmeno a gridare, iniziò a fischiare come un leone marino, saltando per la stanza e spruzzando sangue ovunque, poi finalmente trovò la coordinazione e se ne uscì con un «Porca puttanaaaaa» che per volume sembrava un dc-9 in fase di decollo. Dall’appartamento vicino qualcuno gridò «Adesso avete rotto i coglioni!» Camilla entrò nella stanza e per prima cosa si preoccupò di abbassare la tapparella, per impedire a altre zanzare di approfittarsi del vetro rotto per entrare. Disse «Ma sei scemo?» Poi iniziò a intuire la gravità della situazione. Lui corse al lavandino e fece scorrere acqua sulla ferita, sembrava stesse perdendo molto sangue. Uno straccio pulito! Michele riuscì a farsi una medicazione temporanea tamponando e rallentando l’emorragia, almeno per il momento. Non capiva più niente, gli si stava anche abbassando la pressione e gli girava la testa. Qualcuno suonò alla porta, Camilla chiese chi fosse. «Il vicino», disse una voce. Nel condominio di diciassette piani e cinque ascensori in cui si trovava il loro appartamento, “il vicino” era una definizione piuttosto vaga. Camilla credeva di aver distinto la voce del ragionier Mancuso, l’inquilino del 13 M, che organizzava il cineforum nella piccola sala comune e consegnava il programma a tutte le famiglie. Forse poteva aiutarli! Quando aprì la porta, colui che entrò in casa con una chiave inglese in mano non era il ragionier Mancuso. Era grosso. Aveva una chiave inglese in mano. Non si era mai visto. Michele capì, le urla minacciose dall’appartamento vicino, la sua risposta, la società di oggi, in cui basta poco e qualcuno dà fuori di matto, le notizie sui giornali. Ucciso dal vicino di casa, guardava Amici di Maria De Filippi a volume troppo alto. Lite a un semaforo, scende e massacra l’automobilista che non ripartiva con il verde. Michele si rassegnò al suo destino, sperò almeno che non toccasse Camilla. Una donna incinta, era quasi sicuro che non le avrebbe fatto niente. Anche i peggiori animali hanno rispetto, per le donne incinte. Per lui ci sarebbe stato poco da fare. Disse «Ok, ma prima chiuda la porta, che entrano le zanzare».

Il tizio si voltò, chiuse la porta, guardò Camilla, poi Michele. Si grattò la testa con la mano libera. Disse «Eh pardòn, anche l’ora e il modo di presentarmi conciato così sa ma stavo riparando il rubinetto e mia moglie mi ha detto che ha finito le cipolle stava facendo il fegato, comunque mi presento Marangon piacere noi ci siamo appena trasferiti da Vicenza ecco se gentilmente i signori avrebbero una cipolla da prestarci… ma va tutto bene?»

 

 

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